Migliorare in 2 incontri: corsi brevi su autostima, comunicazione e gestione delle emozioni

pacchetti-2Che lo psicologo si occupi solo di “malattie mentali” è ormai una leggenda. Lo psicologo è un consulente che si occupa dei processi mentali ed emotivi che capitano alle persone.

Non solo quando stanno male, ma anche quando vogliono migliorare e potenziare alcuni aspetti della loro vita. Continua a leggere Migliorare in 2 incontri: corsi brevi su autostima, comunicazione e gestione delle emozioni

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Quanto ci piace avere ragione

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Quanto ci piace avere ragione.

Si parla molto di fake news, le “bufale”, notizie false, senza fondamento, messe in giro per distorcere e manipolare la percezione della realtà.

Chi le mette in giro avrà i suoi motivi: interessi politici, economici, o più semplicemente un rapporto controverso con il buon senso e l’intelligenza. La propaganda è sempre esistita, ma vorrei riflettere non tanto su chi costruisce le fake news, ma al contrario sui passaggi psicologici di chi le ascolta e ci “casca”.

Come mai crediamo alle notizie false? Come mai le diffondiamo? Perchè sono così facilmente credibili?

Intanto due parole sulla definizione, già fuorviante in sè: “false notizie” implica che ci sia un “vero” e un “falso”, e la cosa non è banale come sembra. La maggior parte delle questioni per cui viene usata l’espressione fake news infatti è troppo complessa per poter discriminare oggettivamente e in modo semplice un vero da un falso. L’interpretazione degli eventi attraverso uno schema dicotomico (giusto/sbagliato, buono/cattivo, bianco/nero, ecc…) non rende comprensibile la complessità, ma è proprio per questo che gli schemi dicotomici sono così diffusi: sono più facili e comodi da usare delle analisi complesse.

Un altro punto importante che caratterizza il fenomeno della diffusione delle fake news è la “polarizzazione” delle opinioni: più mi convinco di un opinione, più comincio a parlare, leggere, informarmi, mettere mi piace, condividere, ecc… solo i post e i commenti delle persone che la pensano come me. Più ricevo critiche, più mi “polarizzo”, cioè estremizzo la mia posizione.

Questa dinamica è un’espressione del fenomeno, molto conosciuto in psicologia (e in economia) del “bias della conferma”, un errore di pensiero molto comune: siamo portati a ricercare le conferme alle nostre opinioni e a scartare tutto quello che le può invalidare. Questa modalità di approcciare alla “realtà” è molto comune fra gli esseri umani, perchè non siamo solo razionalità, ma viviamo anche delle nostre emozioni, e sono queste ultime a influenzare le nostre decisioni e il modo in cui pensiamo.

Avere “ragione” e trovare quindi conferme alle nostre idee non è solo una questione di verità o falsità, ma riguarda il come le nostre emozioni, le appartenenze, i nostri stati d’animo possano condizionare il modo in cui selezioniamo i “fatti” che ci interessano. La “dissonanza cognitiva” è funzione sempre attiva, non solo quando l’uva è acerba.

Leggere fatti, commenti o notizie che confermano la nostra visione delle cose non ha a che fare solo con la veridicità e l’obiettività degli eventi, ma anche e soprattutto con l’effetto che tali fatti hanno sulla nostra psicologia e la nostra fisiologia: ricevere conferme (like, commenti, feed, ecc…) agisce sul nostro sistema dopaminergico (le sostanze come dopamina o serotonina rilasciate nel nostro sangue dal nostro organismo e che portano alla gratificazione e al piacere) e sul nostro sentirsi “parte di qualcosa”: dal gruppo su facebook, a un partito politico.

Avere ragione ci fa godere. E può diventare una droga.

Qualcuno sta cercando di studiare delle soluzioni per non cadere più nella trappola della polarizzazione e dell’ostilità gratuita sui social network: non sarà facile, perchè si tratta di crescere culturalmente come persone. Alcuni tentativi si possono fare:

  1. allenare lo spirito e l’intelligenza critica: confrontiamoci con chi la pensa diversamente da noi, provando a essere mediamente rigidi sui modi (niente linguaggio ostile, offese e prevaricazioni) e mediamente flessibili sui contenuti (anche se non sono d’accordo provo a sentire quali sono gli argomenti di chi parla)

  2. io sono molto di più delle mie idee: in una conversazione si può anche ammettere di aver sbagliato qualcosa. Si può sbagliare senza scomparire, senza perdere la faccia. Ammettere un errore non può essere sempre un esperienza di annullamento.

  3. A seguire dal punto precedente, se confrontandoci con qualcuno che la pensa diversamente da noi (difficile un confronto con chi la pensa uguale) arriviamo ad un punto in cui il nostro interlocutore ne spara una che scomodare la Corazzata Potekmin non sarebbe sufficiente a dichiarare il nostro dissenso, proviamo a contenere la nostra furia. Blastare non serve, non funziona per portare avanti un ragionamento, serve solo a nutrire il nostro ego, a creare venerati maestri e forse qualche “simpatica” pagina Facebook.

Le nostre opinioni vengono quotidianamente condizionate, create, confermate o invalidate (più difficile) sui social network, i quali non sono solo dei “mezzi” di comunicazione, ma delle vere e proprie “forme” assunte dal nostro pensiero nel momento in cui li usiamo. I social network sono mezzi che semplificano, banalizzano, polarizzano ed esibiscono. Si possono usare, ma se esageriamo cominceremo a pensare e a parlare in modo semplice, banale e polarizzato. E ci sentiremo così “confermati” da esibire le nostre battaglie.

Avere cura del modo in cui interagiamo sui social è ormai importante come prendersi cura del proprio corpo o della propria casa: se non lo fai, vivi male.

E per diventare un po’ più intelligenti? Lasciamo stare Google.

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Adoro i monologhisti, trovo che siano dei generatori incredibili di riflessioni. Ce li abbiamo anche in italia, ma i più sono concentrati sul sesso e sui rumori prodotti dal nostro apparato digestivo.
Questo breve video è magnifico: in poco più di due minuti racchiude perle inaudite di conoscenza psicologica su argomenti complessi come l’intelligenza e la ricerca del piacere, il tutto perfettamente attualizzato ai tempi dei social network.
Dice bene Pete Holmes, la sterminata conoscenza che Google ci mette a disposizione non ci ha reso più intelligenti, anzi:
“… il tempo fra il non sapere una cosa e il saperla è cosi breve che sapere è esattamente come non sapere.”
Questo perchè l’intelligenza, la conoscenza, qualsiasi cosa esse siano, sono un processo, un qualcosa che per essere richiede tempo, spazio, cura, e anche un po’ di disciplina. Non bastano i motori di ricerca.
Senza uno spazio e un tempo fra il non sapere e il sapere, senza una cornice, un contesto, quel sapere non ha più senso, diventa semplice nozione. Diventa una notizia, da scrollare nella bacheca di un social… Magari è un fake, tanto la capacità di discriminare, a che ci serve? Al massimo possiamo cercare “spirito critico” su google.
La capacità di aspettare, di stare nell’attesa, nel dubbio, è una componente fondamentale del benessere di una persona. Permette di affrontare le sconfitte e di assaporare le vittorie. Non ci siamo più tanto abituati, noi adulti. Pensate ai “nativi digitali”.
Proviamo a prendere in mano la faccenda, proviamo a riprenderci in mano le nostre teste, il nostro benessere, partiamo da un piccolo passo: se parlando con gli amici, con i colleghi, ci viene un dubbio, qualsiasi cosa, come i goal in seria A di Higuain, il numero di fidanzati di Belen, dove sia Roncisvalle, ecc… non googlate subito. Resistete. State nel dubbio. E guardate quello che succede. 
Il giorno dopo potrete andare a vedere, confermare le vostre ipotesi o no. Quelle 24 ore di attesa vi renderanno più intelligenti, e la vostra vita avrà più senso, perchè quel piccolo dubbio vi accompagnerà durante la giornata, distraendovi dalle vostre malinconie.
PS. Sodali compagni di studi ormai passati, vi invito a soffermarvi nel passaggio in cui nel video si associa il piacere (le endorfine) al “significato”. Molto bello in tempi in cui vi sono premi Nobel convinti di poter aprire un cranio e guardarci dentro con una torcia elettrica per trovare i segreti dell’esistenza umana.
Buona visione

Intervista a Radio Venezia sulla “psicosomatica”

Il video dell’intervista che mi hanno fatto a RadioVenezia. Parlo di “psicosomatica”, quell’area della psicologia che si occupa di disturbi e problemi che originano nella “psiche” (che riducendo possiamo chiamare “mente”) facendo ricadere i sintomi nel soma (il corpo).

L’intervista è divulgativa, non tecnico-scientifica, quindi parlo in modo sintetico e leggero di alcuni aspetti legati a questo tipo di fenomeni. Nel video si sviluppa così:

  • di cosa parliamo quando parliamo di problemi psicosomatici
  • come prevenirli
  • suggestioni e sdrammatizzazioni
  • markette e promozione

Alla fine auguro la buona notte a tutti perchè mi hanno detto che era talmente importante questa intervista che l’avrebbero mandata in onda nell’orario di punta dello share radiofonico.

A parte le mezze battute, spero che per le persone interessate sia un modo veloce e leggero per saperne un po’ di più e, soprattutto, per evitare di medicalizzare una classe di eventi e fenomeni – quelli psicosomatici – che possono dire molto delle nostre ansie e delle nostre paure, ma altrettanto delle nostre gioie, dei nostri amori e del nostro essere umani.  Il punto di incontro fra mente e corpo, che appaiono separati e invece sono più vicini di quanto pensiamo.

Buona visione

DR Daniele Boscaro

Genitore? Chiedi informazioni!

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Il mestiere più difficile del mondo oggi è ancora più difficile. È difficile perchè la vita è frenetica, c’è poco tempo, mentre i dubbi sono tanti: devo punire? Devo portare pazienza? Devo aiutarlo o aspetto un po’ per vedere se riesce da solo? Devo essergli amico o devo essere distaccato per educarlo meglio?

Un genitore di questi tempi ha molte più cose da seguire che una volta. I comportamenti a rischio ci sono sempre stati, ma oggi i rischi sono anche in casa, basta avere internet. E vogliamo parlare dei gruppi whatzapp dei genitori? Come usarli in modo che siano una soluzione e non diventino invece un problema?

Se avete dubbi su come gestire regole e punizioni, su come trovare le chiavi giuste per comunicare ed educare i vostri figli, anche solo per avere le conferme sulle cose che già fate o pensate di dover fare, non esitate a contattarmi via mail (danieleboscaro13@gmail.com) o telefono 3207031947 per chiedere informazioni: è possibile avere degli incontri di consulenza su temi legati alla genitorialità. 

Chiedete pure!

Insegnante? Chiedi informazioni!

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Il nostro è un periodo storico caratterizzato da forti e veloci cambiamenti sociali, la cultura e quindi la scuola stanno evolvendo. Le classi sono cambiate, come lo sono anche gli stili educativi e la cornice culturale entro cui ci muoviamo.

Oggi un insegnante, che lavori alle elementari, alle medie, alle superiori, deve riuscire a impersonare molti ruoli: un po’ educatore, un po’ psicologo, un po’ comunicatore, oltre che didatta.

Non deve saper gestire solo “la classe” ma anche i genitori (oggi molto più “partecipativi” e “coinvolti” nelle dinamiche scolastiche).

Il modello di psicologia che utilizzo mi permette di offrire consulenze mirate ad insegnanti motivati ad aggiornare e affinare le proprie risorse. Teorie e strategie per

  • motivare gli studenti
  • generare attenzione
  • gestire opposizioni/provocazioni e comportamenti problema
  • gestire il carico emotivo e prevenire il burn-out

chiedi pure informazioni contattandomi via mail (danieleboscaro13@gmail.com)

o telefono 3207031947

Come complicarsi la vita… con le paure

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La paura è un emozione che tutti conosciamo, fin da bambini. Non è un’emozione desiderabile, ma, come genere umano, le dobbiamo molto: è grazie ad essa, e alle specifiche reazioni fisiologiche che innesca, che ci siamo potuti evolvere sopravvivendo alle minacce che l’ambiente non ci ha mai fatto mancare nel corso della storia, come i predatori, il freddo, il dolore.

L’evoluzione della specie e le reazioni psico-fisiologiche (tachicardia, fuga, immobilismo e altro) sono solo una parte di quello che si può dire, oggi, sulla paura. O sarebbe meglio dire, sulle paure.

Infatti è impossibile parlare della fisiologia della paura (quello che succede al nostro corpo quando abbiamo paura) senza rischiare di ridurre tutta la complessità e le sfumature che caratterizzano le paure delle persone.

Le emozioni sono soggettive, ognuno di noi ha delle paure “base” (i fallimenti, la solitudine, la sofferenza) ma le situazioni, i significati e i modi in cui le viviamo sono nostri; anche se li costruiamo socialmente, condividendoli e parlandone con gli altri, i particolari sono sempre diversi.

Posso avere paura di parlare in pubblico, di prendere l’autostrada, di uscire di casa, di essere abbandonato se non dico sempre si.

Una persona che interagisce con il mondo non può non avere paure. Il problema nasce quando le paure compromettono la nostra vita quotidiana: le relazioni, il lavoro, il nostro benessere fisico e psicologico generale. Le paure fiventano un problema quando sono ingestibili.

A volte, il problema “della paura” aumenta e si struttura proprio grazie al modo in cui le persone cercano di gestirlo. Si chiamano “tentate soluzioni”: la persona cerca di risolvere il problema in un modo che non solo non lo risolve, ma non fa altro che aumentarlo. Come buttare benzina sul fuoco.

Ci sono soprattutto 3 modi in cui possiamo ingrandire le nostre paure, e sono proprio quello che le persone di solito fanno per affrontare paure diventate ingestibili:

#1 evitare: evito di uscire, evito di parlare, evito di contraddire… evito quello che mi fa paura. Nessun problema se ho paura delle tigri, mi sarà facile evitarle. Ma se ho paura di usare l’automobile, e questo non mi permette di andare a lavoro, le cose cominciano a complicarsi. Soprattutto, ogni evitamento non fa altro che accrescere la mia percezione di inefficacia e incapacità.

#2 richiedere aiuto: qualcuno che mi accompagni, che mi stia vicino. Che mi aiuti a fare le cose, perchè io da solo non riesco. Una stampella, che temporaneamente ci può stare, ma se diventa cronica, come re-imparo a camminare? E se la stampella, essendo in questo caso una persona, si stanca? Le relazioni possono rovinarsi, la mia identità e la mia autostima finire dentro ad un circolo vizioso difficile da fermare.

#3 iper-controllare: per gestire le mie paure decido di controllare di più: il mio stato fisico, le vie di fuga di una stanza, tutto quello che può andare storto. Ci penso, analizzo, contiunuo a cercare, e chi cerca trova. L’iper-controllo infatti porta a “creare quello che si cerca”: più mi controllo, più paradossalmente creo le condizioni psicofisiche che mi faranno perdere il controllo, portandomi a momenti di ansia acuta, panico, ecc… Anche qui, un cane che si morde la coda.

Questi sono i modi principali in cui le persone, per cavarsela, finiscono per stare male. E’ impossibile non avere paure; è invece possibile trovare delle modalità appropriate e funzionali per gestirle, passando da “tentate soluzioni” a soluzioni efficaci.

Dott. Daniele Boscaro

Genitore amico?

o-una-mamma-per-amica-facebookE’ possibile essere “amici” dei propri figli? In cosa l'”amicizia” potrebbe aiutare un genitore? Sono cambiati i tempi e adesso è necessario impostare la relazione “alla pari”?

Sono tutte domande che un genitore si fa, tutti i giorni, soprattutto quando i propri figli cominciano a diventare “grandi” (10-11 anni).

Sono domande legittime, che fanno emergere la complessità del ruolo genitoriale: il genitore è infatti una persona che incarna una molteplicità di ruoli e funzioni, che evolvono durante la crescita di figlie e figli.

Un genitore cura, protegge, accompagna, educa, motiva, sostiene. E alla fine dovrebbe lasciare andare.

Essere amici dei propri figli non vuol dire solo “volergli bene”, “non comandarlo”, “fidarsi di lui”, “parlare di tutto”, “raccontargli tutto”… questi atteggiamenti implicano soprattutto delle conseguenze sulla relazione fra genitore e figlio.

L’immagine che una ragazzina o un ragazzino di 11-12-13 ha sui propri genitori è molto importante, e se un genitore racconta tutto o quasi tutto, o si espone in modo del tutto trasparente su alcune questioni, l‘immagine cambia.

E’ normale che nel corso del tempo l’immagine cambi, ma dipende da come la si cambia e quando. Condividere con i propri figli le proprie debolezze, o gli errori che un adulto può fare, può essere un modo importante per responsabilizzarli, ma dipende dall’età, dalla situazione specifica, e da come si comunica con loro.

Quali effetti potrebbe avere sulle diverse funzioni genitoriali essere “amici” dei propri figli? E’ un modo di impostare la relazione che può risultare efficace, se vogliamo mantenere nei figli una rappresentazione genitoriale appropriata, se vogliamo perseguire obiettivi educativi, contribuire alla crescita e alla responsabilizzazione di un ragazzino o di una ragazzina?

Il ruolo di amico influisce al livello della comunicazione, e quindi della relazione fra un genitore e un figlio, vediamo come:

#1 perdita di autorevolezza: gli amici sono “alla pari”, vivono una relazione simmetrica, essendo appunto sullo stesso piano. La rinuncia all’assimmetria nella relazione fra genitore e figli può funzionare – in alcune situazioni è addirittura indicato – basta essere consapevoli che non è più con l’autorità e il comando che si gestisce la relazione. Se si sceglie di “abbassarsi” alla pari e di interagire “da amici”, non potremo più “chiudere il discorso” o imporre qualcosa senza condizioni, dato che il nostro ruolo ha perso quell’autorevolezza che permette a un genitore di imporsi.

#2 racconti difficili da gestire: “raccontarsi tutto” non è un modo funzionale di impostare la relazione genitori-figli. Ci vogliono dei confini. Stabilire un limite rispetto alle cose che si possono raccontare a un figlio, e rispetto alle cose che un figlio può (o dovrebbe, secondo i genitori “amici”) raccontare al genitore, funziona di più perchè preserva i ruoli all’interno della famiglia. Soprattutto, permette il processo di “separazione-individuazione” implicato dalla crescita e dalla maturazione psicologica, relazionale e sessuale dei figli, che avverrà fuori dal contesto familiare.

#3 per crescere serve autodeterminazione: la relazione genitori-figli cambia durante la crescita, perchè si deve adattare alle diverse richieste dei figli, che cambiano in base all’età. Da infanti e bambini hanno bisogno di un genitore attento ai bisogni primari (nutrimento, igiene, ecc…) e questo implica una relazione molto stretta. Crescendo, i bisogni primari non sono più prioritari, ma ne iniziano altri: imparare a leggere e interpretare alcune situazioni, socializzare e curare le relazioni, portare avanti delle attività (scolastiche, sportive, ecc…) in modo da trarne soddisfazione, e molto altro. Per imparare a muoversi nel mondo, i figli non hanno bisogno di un adulto che spieghi loro cosa fare. Hanno bisogno di un adulto che dia sicurezza, ma che permetta loro di sperimentarsi e sbagliare.

Non hanno bisogno di un adulto che dia tutte le risposte, ma che li aiuti a farsi le domande giuste. Hanno bisogno di autodeterminarsi, provando ad affrontare i piccoli problemi di tutti i giorni con le loro idee e le loro forze, per imparare piano piano a gestire la complessità e le emozioni che essa implica.

Da queste 3 questioni è possibile capire che la relazione di amicizia non basta al genitore, perchè il genitore è “di più” di un amico. E’ un tipo di relazione molto diversa, con finalità più ampie, e con responsabilità più grandi.

Parafrasando quello dei diamanti, potremo dire che mentre gli amici vanno e vengono, un genitore è per sempre.

Daniele Boscaro