Quanto ci piace avere ragione

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Quanto ci piace avere ragione.

Si parla molto di fake news, le “bufale”, notizie false, senza fondamento, messe in giro per distorcere e manipolare la percezione della realtà.

Chi le mette in giro avrà i suoi motivi: interessi politici, economici, o più semplicemente un rapporto controverso con il buon senso e l’intelligenza. La propaganda è sempre esistita, ma vorrei riflettere non tanto su chi costruisce le fake news, ma al contrario sui passaggi psicologici di chi le ascolta e ci “casca”.

Come mai crediamo alle notizie false? Come mai le diffondiamo? Perchè sono così facilmente credibili?

Intanto due parole sulla definizione, già fuorviante in sè: “false notizie” implica che ci sia un “vero” e un “falso”, e la cosa non è banale come sembra. La maggior parte delle questioni per cui viene usata l’espressione fake news infatti è troppo complessa per poter discriminare oggettivamente e in modo semplice un vero da un falso. L’interpretazione degli eventi attraverso uno schema dicotomico (giusto/sbagliato, buono/cattivo, bianco/nero, ecc…) non rende comprensibile la complessità, ma è proprio per questo che gli schemi dicotomici sono così diffusi: sono più facili e comodi da usare delle analisi complesse.

Un altro punto importante che caratterizza il fenomeno della diffusione delle fake news è la “polarizzazione” delle opinioni: più mi convinco di un opinione, più comincio a parlare, leggere, informarmi, mettere mi piace, condividere, ecc… solo i post e i commenti delle persone che la pensano come me. Più ricevo critiche, più mi “polarizzo”, cioè estremizzo la mia posizione.

Questa dinamica è un’espressione del fenomeno, molto conosciuto in psicologia (e in economia) del “bias della conferma”, un errore di pensiero molto comune: siamo portati a ricercare le conferme alle nostre opinioni e a scartare tutto quello che le può invalidare. Questa modalità di approcciare alla “realtà” è molto comune fra gli esseri umani, perchè non siamo solo razionalità, ma viviamo anche delle nostre emozioni, e sono queste ultime a influenzare le nostre decisioni e il modo in cui pensiamo.

Avere “ragione” e trovare quindi conferme alle nostre idee non è solo una questione di verità o falsità, ma riguarda il come le nostre emozioni, le appartenenze, i nostri stati d’animo possano condizionare il modo in cui selezioniamo i “fatti” che ci interessano. La “dissonanza cognitiva” è funzione sempre attiva, non solo quando l’uva è acerba.

Leggere fatti, commenti o notizie che confermano la nostra visione delle cose non ha a che fare solo con la veridicità e l’obiettività degli eventi, ma anche e soprattutto con l’effetto che tali fatti hanno sulla nostra psicologia e la nostra fisiologia: ricevere conferme (like, commenti, feed, ecc…) agisce sul nostro sistema dopaminergico (le sostanze come dopamina o serotonina rilasciate nel nostro sangue dal nostro organismo e che portano alla gratificazione e al piacere) e sul nostro sentirsi “parte di qualcosa”: dal gruppo su facebook, a un partito politico.

Avere ragione ci fa godere. E può diventare una droga.

Qualcuno sta cercando di studiare delle soluzioni per non cadere più nella trappola della polarizzazione e dell’ostilità gratuita sui social network: non sarà facile, perchè si tratta di crescere culturalmente come persone. Alcuni tentativi si possono fare:

  1. allenare lo spirito e l’intelligenza critica: confrontiamoci con chi la pensa diversamente da noi, provando a essere mediamente rigidi sui modi (niente linguaggio ostile, offese e prevaricazioni) e mediamente flessibili sui contenuti (anche se non sono d’accordo provo a sentire quali sono gli argomenti di chi parla)

  2. io sono molto di più delle mie idee: in una conversazione si può anche ammettere di aver sbagliato qualcosa. Si può sbagliare senza scomparire, senza perdere la faccia. Ammettere un errore non può essere sempre un esperienza di annullamento.

  3. A seguire dal punto precedente, se confrontandoci con qualcuno che la pensa diversamente da noi (difficile un confronto con chi la pensa uguale) arriviamo ad un punto in cui il nostro interlocutore ne spara una che scomodare la Corazzata Potekmin non sarebbe sufficiente a dichiarare il nostro dissenso, proviamo a contenere la nostra furia. Blastare non serve, non funziona per portare avanti un ragionamento, serve solo a nutrire il nostro ego, a creare venerati maestri e forse qualche “simpatica” pagina Facebook.

Le nostre opinioni vengono quotidianamente condizionate, create, confermate o invalidate (più difficile) sui social network, i quali non sono solo dei “mezzi” di comunicazione, ma delle vere e proprie “forme” assunte dal nostro pensiero nel momento in cui li usiamo. I social network sono mezzi che semplificano, banalizzano, polarizzano ed esibiscono. Si possono usare, ma se esageriamo cominceremo a pensare e a parlare in modo semplice, banale e polarizzato. E ci sentiremo così “confermati” da esibire le nostre battaglie.

Avere cura del modo in cui interagiamo sui social è ormai importante come prendersi cura del proprio corpo o della propria casa: se non lo fai, vivi male.

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