Ridere in psicoanalisi?

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Un articolo molto carino, del New York Times (un paio di mesi fa), scritto da un opinionista “esperta” di psicoanalisi – nel senso che da molti anni è in psicoterapia – e che offre molti spunti di riflessione in merito a quello che succede durante un percorso di psicoterapia.

E’ interessante notare, infatti, come vi siano dei concetti, come l'”inconscio”, o il “sè profondo”, che vivono nell’immaginario delle persone e che vengono usati per rispondere alle domande che attanagliano ognuno di noi: perchè mi comporto così? Da dove vengono le mie emozioni? Come mai non riesco a cambiare alcune cose di me che non mi piacciono? Ecc… ecc…

Di solito si va in psicoanalisi proprio per rispondere a queste domande, ma l’autrice dell’articolo del nyt ha scoperto che pur nello studio del suo psicoanalista, luogo che più di tutti gli altri dovrebbe essere deputato ad una sofferta ricerca e al solenne disvelamento delle profondità del proprio essere, gli capitava di comportarsi in modo strano: le piaceva “far ridere” i propri analisti. Proprio così, nei 45 minuti di colloquio, invece di scavare in modo contrito nei meandri della propria vita psichica, si ritrovava a intrattenere gli psicoterapeuti con annedoti curiosi o vere e proprie battute da comica navigata. E gli analisti ridevano, ridevano di gusto, tanto che uno di loro un giorno le consiglia addirittura la carriera da “stand up comedian”.

La riflessione che però scaturisce nell’autrice, tanto da portarla a scrivere l’articolo in questione, deriva dal fatto che un bel giorno si stanca di non usare in modo adeguato le sue sedute: gli sembra di sprecarle in questo modo, e quindi si impone di cambiare l’atteggiamento con cui affrontava la terapia. Non più allegria e risate, ma impegnata analisi delle proprie dinamiche psichiche.

L’articolo si conclude con una confessione: le risate “le mancano”, e continua a vivere il disagio, pur dopo anni di “esperienza”, di sentirsi “scortese” nel tenere le persone ostaggio del proprio lato oscuro, anche se si tratta del proprio analista.

Tralasciando riflessioni di tipo clinico, trovo questa testimonianza simpaticamente rappresentativa delle dinamiche psicologiche e sociali che accadono anche all’interno degli studi degli psicoterapeuti: è possibile infatti che un “sè situazionale” – quello che ci fa commentare il tempo metereologico in ascensore pur di non vivere il silenzio, o quello che ci fa ringraziare in automatico quando un automobilista ci lascia passare – sia più forte di un ipotetico “sè profondo” che invece un bravo analista dovrebbe riuscire a far emergere in terapia? E’ possibile che alcuni processi interattivi e conversativi “quotidiani” possano prendere il sopravvento e orientare la nostra mente anche durante un colloquio clinico? Quanto le norme sociali, i valori, i ruoli culturali prescritti da ciò che è “desiderabile socialmente” influiscono anche sugli atteggiamenti che le persone portano in terapia?

Le nostre caratteristiche, la nostra “personalità” è nostra e solo nostra, o dipende anche dalla situazione in cui siamo, dalle persone che frequentiamo e dalle norme sociali che permeano la nostra cultura?

Concludo con un’ultima domanda, che può sembrare una provocazione: molto probabilmente, cambiando atteggiamento e assumendo quella serietà che più si concilia – forse – con il contesto “psicoterapia”, l’autrice sarà riuscita a scavare e a raggiungere la consapevolezza che le permetterà di stare meglio e superare i suoi problemi. Può essere.

Ma quando riusciva a far ridere il suo terapeuta, stava veramente così male?

Alla prossima

DR Daniele Boscaro

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