Sulle Spalle dei Giganti, ep. 02: George Herbert Mead

mead

Un altro tributo ad un pensatore che ha contribuito alla concezione della conoscenza come costruzione sociale.

Fondamentali nella sua elaborazione sono concetti quali il significato e la sua genesi, l’interazione, il linguaggio, lo sviluppo dell’identità.

La sociologia e la psicologia post-moderne sono a lui debitrici, come anche tutti i modelli di psicoterapia che si sono affrancati dalla piattaforma naturalista, per abbracciare l’epistemologia costruttivista e le modalità ermeneutiche più adatte alle scienze sociali.

Lo scritto proviene dal sito scienzepost-moderne.org

buona lettura

Daniele Boscaro

Il PENSIERO DI G. H. MEAD:

di Claudio Fasola e Silvia Lattanzi

  1. Introduzione

    George Herbert Mead è considerato il padre della teoria sociale che Herbert Blumer ha etichettato con il nome di Interazionismo simbolico (1937). I concetti sviluppati da Mead si integrano con il dinamismo teorico dell’Università di Chicago dei primi decenni del XX secolo; ponendosi in continuità con il lavori di studiosi quali William Thomas ed Ezra Park.
    Gli studi sulla costituzione della soggettività e sulla negoziazione dei significati simbolici rappresenteranno la base per le riflessioni sulla natura sociale dell’individuo.
    Pragmatismo, Evoluzionismo, ed in maniera più marginale, Idealismo costituiscono le basi del suo pensiero e gli ancoraggi teorici per tratteggiare un modello che illustrasse l’interazione condotta individuale ed organizzazione sociale. Per comprendere il comportamento individuale è necessario fare riferimento ai comportamenti organizzati del gruppo sociale. La mente e il Sé sono il risultato di un processo comune ed il linguaggio, inteso come referente simbolico, ne permette lo sviluppo. Il mondo dei significati emerge nel contesto sociale dell’interazione e la sua espressione in azione richiede un colloquio interiore finalizzato all’assunzione del ruolo dell’altro. Il processo di auto – interazione (self – interaction) permette all’individuo di regolare la propria condotta in base alla risposta che egli si attende dall’altro. “Il tentativo di Mead è quello di mostrare che la mente e il sé sono emergenze sociali senza residui; e che il linguaggio fornisce il meccanismo per la loro emergenza. […] a me pare che Mead abbia dimostrato che la mente ed il sé, nell’accezione di tali termini da lui introdotta, sono generati senza residuo in un processo sociale, e che egli abbia per la prima volta isolato il meccanismo di questa genesi. […] L’opera di Mead segna un primo stadio nella nascita della psicologia sociale come scienza”(Morris, 1934, pp. 13 – 14). Infatti, nonostante “Mead aggiunge poco o nulla al corpus dei fatti delle scienze sociali così come è determinato da metodi di investigazioni particolari; egli aggiunge molto invece alla strutturazione ideazionale e concettuale”(Morris, 1934, p. 11).

  1. La psicologia sociale di Mead

    I contributi di Mead possono essere letti in termini antinomici rispetto al modello dominante di psicologia dei suoi contemporanei ovvero il Comportamentismo di John Broadus Watson.
    Mead assume un atteggiamento critico nei confronti del riduzionismo della teoria behaviorista, la quale ripropone per lo studio della condotta umana lo schema stimolo – risposta, già utilizzato nello studio del comportamento animale.

    Nell’ottica meadiana l’uomo, osservato attraverso le sue azioni, può essere compreso solamente in termini di “significato”, non bisogna cercare le cause dell’azione, ma il significato dell’azione compiuta, ciò che conta è il senso che un certo tipo di gesto ha per l’individuo. In questa cornice diviene fondamentale l’interpretazione dello “stimolo” [1] da parte dell’uomo, o meglio, l’interpretazione del gesto da parte di chi lo manifesta. I significati che l’individuo dà agli elementi del mondo sociale possono provenire solo dal mondo sociale stesso. Quindi, mentre Watson considera la società come una forza esterna che preme sull’individuo, per Mead l’uomo è essenzialmente sociale. Lo studioso riprende la posizione di William James, il quale aveva mostrato che il rapporto tra soggetto e oggetto, tra individuo e mondo esterno, deve essere considerato come un processo di interazione tra dimensioni, le quali non possono “esistere” separatamente. Nello stesso tempo la vita sociale è resa possibile dall’interazione tra individui dello stesso tipo e tale interazione è, a sua volta, costruita dalla comunicazione di significati comuni ai diversi individui. L’espressione più elementare della comunicazione, presente anche tra gli animali, è appunto il gesto; e la comunicazione è una “conversazione tra gesti”. Quando due cani si incontrano e uno dei due ringhia, questo gesto provoca una reazione simile nell’altro cane, reazione che, a sua volta, produce effetti nel primo che ha ringhiato e via di seguito, in un continuo gioco di azioni e reazioni. Si mostra così che tra i due animali si è formato un ambito comune di significato che permette “l’interazione di forme diverse, e perciò l’adattamento reciproco della condotta di queste forme differenti nella elaborazione del processo sociale” (Mead, 1934, p. 71). Questo ambito interattivo è la realizzazione di un vero e proprio atto sociale comune, che può essere considerato un “fatto primario” a partire dal quale si possono comprendere i diversi comportamenti che l’uomo può manifestare.

    La psicologia sociale studia l’attività del comportamento individuale nella misura in cui esso si colloca nel processo sociale; il comportamento di un individuo può essere compreso solo nei termini del comportamento dell’intero gruppo sociale di cui egli fa parte, dal momento che i suoi atti individuali sono connessi con atti più vasti, di carattere sociale, che lo oltrepassano e che implicano gli altri membri di quel gruppo. In psicologia sociale non intendiamo costruire il comportamento del gruppo sociale attraverso il comportamento degli individui separati che ne fanno parte; piuttosto cominciamo da un determinato insieme sociale costituito da complesse attività di gruppo, e al suo interno analizziamo (come elementi singoli) il comportamento di ciascuno dei separati individui che lo compongono. Noi cerchiamo, cioè, di spiegare [2] la condotta dell’individuo nei termini della condotta organizzata del gruppo sociale, piuttosto che rendere ragione della condotta organizzata del gruppo sociale nei termini della condotta dei separati individui che ne fanno parte. Per la psicologia sociale l’insieme (cioè la società) precede la parte (cioè l’individuo), e non viceversa; la parte è spiegata nei termini dell’insieme, e non l’insieme nei termini della parte o delle parti” (Mead, 1934, pp. 38 – 39).

  1. Il simbolo significativo

    Il gesto è sempre connesso a un’intenzionalità riflessiva ed esprime un significato diventando simbolo di una volontà definita. “I gesti sono simboli, poiché indicano, rappresentano e provocano un’azione appropriata alle fasi successive dell’atto di cui essi costituiscono i primi frammenti e, secondariamente, agli oggetti impliciti in tali atti. Nello stesso senso si può dire che i gesti hanno un significato, cioè essi significano le fasi successive dell’atto conseguente e, secondariamente, gli oggetti implicati: la mano serrata significa il pugno, la mano protesa significa l’oggetto da raggiungere. Tali significati non sono soggettivi, né privati, né mentali, ma esistono oggettivamente nel contesto sociale”(Morris, 1934, p. 19).

    Sono i simboli a permettere la comunicazione cosciente e significativa e quindi l’interazione tra gli individui. Gli esseri umani comunicano ed interagiscono tra loro solo se sanno interpretare i propri gesti e quelli degli altri, la comunicazione cosciente e significativa, che si esprime soprattutto tramite il linguaggio, garantisce un adattamento reciproco tra i diversi individui coinvolti nell’atto sociale. “In breve la conversazione di gesti consapevole o significativa è un processo di reciproco aggiustamento nell’ambito dell’atto sociale – implicante l’assunzione, da parte di ciascuno degli individui che lo compiono, degli atteggiamenti altrui verso ognuno di loro – di gran lunga più adeguato ed efficiente della conversazione di gesti inconsapevole o non significativa” (Mead, 1934, p. 73). Quando un individuo indica con un gesto a un altro individuo ciò che si attende da lui, egli diventa consapevole del significato che il suo gesto ha per l’altro, essendo anche in grado di applicare riflessivamente tale significato al suo stesso gesto. “I gesti diventano simboli significativi quando suscitano implicitamente nell’individuo che li compie le medesime risposte che essi suscitano esplicitamente, o si ritiene che suscitino, negli individui a cui sono indirizzati. […] In tal modo ogni gesto viene a rappresentare, in un determinato gruppo sociale o comunità, un atto o una risposta particolari: cioè l’atto o la risposta che esso richiama esplicitamente nell’individuo a cui è indirizzato, e implicitamente nell’individuo che lo compie. Questo atto o risposta particolari da esso rappresentati costituiscono la sua essenza di simbolo significativo” (Mead, 1934, pp. 73 – 74). L’evocazione della stessa risposta tanto nel Sé che nell’altro fornisce il contenuto necessario per garantire la comunità del significato.

  1. Il linguaggio

    Il linguaggio è il veicolo semantico che l’uomo ha a disposizione per organizzare temporalmente l’atto e raggiungere un’intesa consensuale, permettendo la trasformazione del gesto in un simbolo significativo. Il linguaggio permette l’attribuzione di un significato ai diversi oggetti, senza di esso sarebbe impossibile configurare la realtà, è attraverso il suo uso che è possibile costruire oggetti dotati di un significato condiviso. “Il linguaggio non simboleggia semplicemente una situazione o un oggetto che esista precedentemente: esso rende possibile l’esistenza o la comparsa di quella situazione od oggetto particolari in quanto fa parte del processo per mezzo del quale quella situazione o quell’oggetto viene creato”(Mead, 1934, p. 100). Il linguaggio non è costituito da un  sistema di riflessi condizionati, ma è assimilabile ad una “azione reciproca nell’ambito di un gruppo sociale, una complicazione della situazione – gesto, e anche quando è internalizzato per costituire il recesso più interno alla mente individuale, esso rimane sociale – un modo, questo, per far sorgere dai gesti dell’individuo gli atteggiamenti ed i ruoli degli altri, implicati in un’attività sociale comune” (Morris, 1934, p.15). Esistono diversi tipi di linguaggio, “ma ognuno di essi è parte di un processo sociale, una parte per mezzo della quale influiamo su noi stessi così come influiamo sugli altri e mediamo la situazione sociale proprio attraverso la comprensione di ciò che veniamo dicendo. Ciò è fondamentale per ogni linguaggio, nella misura in cui ciascuno, attraverso il linguaggio, deve comprendere ciò che dice e influire su di sé come influisce sugli altri”(Mead, 1934, p. 97).

    I simboli prodotti tramite il linguaggio sono oggetti sociali dotati di significato condiviso, essi sono alla base dell’interazione tra gli uomini e costituiscono il presupposto per la formalizzazione dei tre costrutti cardine della teoria di Mead: la società, la mente e il Sé.

  1. La teoria dell’universalità: l’Altro Generalizzato.

    Mead illustra il sorgere dei significati attraverso lo scambio di gesti.
    Il significato emerge in relazione al gesto dell’altro e viene percepito coscientemente attraverso il linguaggio. Tramite il linguaggio sorgono significati comuni non solo a coloro che interagiscono direttamente, ma a un intero universo sociale. Con l’espressione “universali” non si fa riferimento ad entità astratte e metafisiche, ma piuttosto ai significati condivisi dai membri di una specifica società, capaci di assumere in un certo contesto un valore transindividuale e, apparentemente, “oggettivo”. Dalla tendenza dell’individuo a interiorizzare gli atteggiamenti degli altri nei suoi confronti e ad agire secondo le loro aspettative sorge l’AltroGeneralizzato. Il significato del gesto dell’individuo diviene chiaro solo nella reazione che provoca nell’altro, ma il fatto che l’uomo possa coscientemente oggettivare tale significato, applicandolo a se stesso e astraendolo dalla reazione immediata dell’altro, consente di universalizzare il significato e di elaborarlo autonomamente, sullo sfondo di un contesto generale chiamato Altro Generalizzato. Esso costituisce il rappresentante della società a livello individuale, divenendo uno strumento di controllo sociale e di auto – controllo. “Il gesto significativo o simbolo presuppone sempre, per avere un significato, il processo sociale di esperienza e di comportamento in cui esso nasce; ovvero, come dicono i logici, è sempre implicito un universo di discorso inteso come il contesto o il campo entro il quale i gesti significativi o simboli trovano di fatto il loro significato. Questo universo di discorso è costituito da un gruppo di individui che coadiuvano e partecipano a un comune processo sociale d’esperienza e di comportamento nel cui ambito questi gesti o simboli hanno gli stessi significati o significati comuni per tutti i membri di quel gruppo, sia che gli individui li esprimano o li indirizzino ad altri individui, sia che gli individui rispondano ad essi esplicitamente in quanto espressi o a loro indirizzati da altri individui. Un universo di discorso è semplicemente un sistema di significati comuni o sociali. L’universalità o l’impersonalità del pensiero e della ragione sono, dal punto di vista comportamentistico, il risultato del processo per il quale l’individuo assume gli atteggiamenti degli altri nei suoi riguardi e viene finalmente cristallizzando questi atteggiamenti particolari in un unico atteggiamento o punto di vista che può essere definito come quello dell’ “altro generalizzato”. Gli universali (sia in termini logici che metafisici) sono costituiti semplicemente da queste guise alternative di comportamento in un numero indefinito di differenti condizioni o situazioni particolari, guise che sono più o meno identiche per un numero indefinito di individui normali. Gli universali sono senza significato al di fuori degli atti sociali in cui essi sono implicati e dai quali unicamente essi derivano appunto il loro significato” (Mead, 1934, pp. 110 – 111).
    Il comportamento umano non appare come una diretta reazione all’ambiente o all’agire altrui, ma si configura come una risposta nei confronti di oggetti interpretati attraverso un’attività simbolica, socialmente derivata e fondata su un processo di
    role – taking, che consiste nella capacità di assumere il ruolo dell’altro percependo se stessi come oggetti. Questa facoltà di prendere il ruolo, la prospettiva e gli atteggiamenti dell’altro innesca una serie di processi regolati dall’acquisizione della funzione simbolica. Esso favorisce il dialogo interiore (self – interaction) permettendo all’individuo di acquisire la conoscenza di se stesso; è responsabile dello sviluppo della socializzazione umana; distingue l’organizzazione sociale umana dalle altre società animali; permette all’individuo di partecipare a una comunità che condivide dei saperi, dei costumi e degli oggetti significanti e promuove la capacità di percepire e confrontare mentalmente diverse prospettive spazio – temporali relative agli oggetti e alle situazioni.
    Abbandonata ogni spiegazione meccanicistica,
    Mead tratteggia una teoria fondata sulla comunicazione simbolica in cui giocano un ruolo principale i processi di configurazione della realtà e in cui il rapporto tra individuo e società sia di tipo interattivo. L’interazione rende possibile l’apprendimento dei significati e dei valori che formano il patrimonio culturale del gruppo cui l’individuo appartiene, la cultura del gruppo sarà, per i suoi componenti, lo strumento con cui anticipare il reciproco comportamento, adattandovi di conseguenza il proprio.

  1. La società

    La società è costituita da un insieme di significati condivisi, è frutto di una costruzione umana regolata da processi interattivi. La società partecipa alla costruzione della mente degli individui, ma al tempo stesso è essa stessa costruita dalle menti degli individui. La mente, il Sé e la società sono aspetti di un tutto e non possono essere considerati separatamente. Il comportamento esterno ha la sua fase iniziale negli atteggiamenti interni, ma all’interno si trovano elementi che derivano dall’esterno, l’atteggiamento interno è dunque parte integrante dell’atto esterno. I significati e gli atti individuali devono essere compresi nel più ampio contesto relazionale costituito dall’insieme dei rapporti sociali. La società è concepita come un ordine sistematico di individui, in cui ognuno ha un’attività più o meno differenziata. In essa l’individuo è “costretto” a sostenere le attività di role – taking e, quindi, a costruire l’Altro Generalizzato sulla base di un universo comune di significati. Società, mente e Sé potrebbe essere un adeguato ordine da dare ai tre elementi della teoria di Mead, in quanto gli altri vengono prima dell’individuo e gli danno la possibilità di esistere in quanto persona. La mente umana e il Sé hanno origine all’interno della società e si diventa esseri sociali attraverso la comunicazione basata su un repertorio di simboli che emerge dall’interazione.

    Attraverso il processo sociale l’individuo biologico raggiunge una mente e un Sé. Questo, però, non vuol dire che l’individuo sia “schiavo” della società; egli costruisce la società nello stesso modo in cui è da essa costruito. La società umana è un fenomeno di comunicazione costituita da forme simboliche che vengono codificate dall’agire umano e allo stesso tempo le istituzioni della società sono forme di attività sociali organizzate che consentono ai singoli individui di agire assumendo atteggiamenti generalizzati comuni. Il punto di incontro tra individuo e società è rappresentato dal ruolo, definibile come insieme di modelli di comportamento organizzati in vista dell’espletamento di funzioni sociali specifiche.

    Sulla base di questi presupposti Mead fonda anche la sua concezione della società ideale quale comunità democratica integrata, pluralistica e cooperativistica, in cui gli individui sono membri di numerosi gruppi sociali, differenziati funzionalmente all’interno di una stessa totalità sociale. Condizione fondamentale per realizzare una società cooperativa, non conflittuale e sufficientemente differenziata, è che sussista un’adeguata organizzazione degli atteggiamenti comuni.

  1. La mente

    Il gesto simbolico o linguaggio e la coscienza che ad esso è strutturalmente connessa, permettono di scegliere i significati e di controllare e modificare la comunicazione, questo processo prende il nome di mente, essa emerge non come semplice struttura interna propria dell’individuo, ma come risultato di un processo sociale di interazione mediato simbolicamente.
    La teoria della mente di
    Mead è molto simile a quella di Dewey. Essa è uno strumento che prova la sua “realtà” nelle manifestazioni comportamentali. La capacità di organizzare simbolicamente delle definizioni, e quindi la presenza di immagini di alternative di azione, nascono essenzialmente dalla presenza della mente. L’attività mentale consiste nelle risposte che una persona dà a se stessa e agli altri nell’indicare dei significati e nell’usare simboli significativi. Il pensiero implica un processo in cui, attraverso l’uso di simboli, linee di azione alternative vengono prese in esame e valutate alla luce del sistema di valori dell’individuo. Attraverso l’attività mentale viene individuato e definito un oggetto, la cui natura deriva dal significato che gli attribuisce la persona. Il pensiero prende forma quando l’individuo può sviluppare con se stesso una conversazione interiorizzata, analoga a quella che intrattiene con gli altri. “La mente è costituita dalla presenza di simboli significativi nel comportamento. Essa è l’internalizzazione nell’individuo del processo sociale di comunicazione in cui emerge il significato. Essa è la capacità di indicare a noi stessi la risposta (e gli oggetti in essa impliciti) che il nostro gesto indica agli altri e di controllare la risposta stessa in questi termini. […] Invece di rifarsi dalle menti individuali e di passare in seguito alla società, Mead prende le mosse da un processo sociale oggettivo e lo studia all’interno, trasportando il processo sociale di comunicazione nell’individuo per mezzo del gesto vocale. In tal modo l’individuo ha assunto in sé l’atto sociale. La mente resta sociale; anche nei più intimi recessi il pensiero di una persona procede per mezzo dell’assunzione, da parte di tale persona, dei ruoli altrui e del controllo del proprio comportamento sulla base di questa assunzione di ruoli” (Morris, 1934, p. 20). “L’esistenza della mente o dell’intelligenza è possibile solo in termini di gesti, in quanto simboli significativi: infatti solo in termini di gesti che siano simboli significativi può realizzarsi il pensiero che è semplicemente una conversazione internalizzata o implicita dell’individuo con se stesso attuata per mezzo di tali gesti”(Mead, 1934, p. 74).
    La mente non esiste nella struttura, ma nella condotta, non è limitata all’individuo e ancor meno collocata nel cervello. La mente è un processo sociale. “Naturalmente quello di mente è un termine assai ambiguo ed io voglio evitare le ambiguità. Ciò che io suggerisco come aspetto caratteristico della mente è l’intelligenza riflessiva dell’animale umano che può essere distinta dall’intelligenza delle forme inferiori. Se volessimo definire la ragione semplicemente come una facoltà specifica che investe tutto ciò che vi può essere di universale, ci troveremmo di fronte alla difficoltà di constatare che anche nelle forme inferiori si manifestano risposte di carattere universale. […] Quando parliamo di condotta riflessiva noi facciamo riferimento precisamente alla presenza del futuro in termini di idee. L’uomo intelligente, in quanto distinto dall’animale non dotato di intelligenza, è in grado di presentare a se stesso ciò che sta per accadere; […] l’uomo previdente persegue nettamente un determinato orientamento, inquadra convenientemente la situazione e dirige corrispondentemente la propria condotta”(Mead, 1934, pp. 137 – 138). L’origine della mente umana viene compresa facendo riferimento ai processi di interazione e di comunicazione, ma il suo sviluppo dipende dalla capacità di recuperare l’esperienza passata per fronteggiare l’esperienza futura e tale capacità riflessiva appare come prerogativa dell’essere umano. La comunicazione si basa sui simboli, i quali permettono di astrarre alcune caratteristiche da una specifica situazione, in modo che l’individuo possa individuare la risposta, adatta all’esperienza futura, all’interno della sua esperienza passata. Tutta l’esperienza è interpretata in termini di condotta o comportamento, “l’isolamento del simbolo, in quanto tale, ci permette di appuntarci su certe caratteristiche, d’isolarle in relazione all’oggetto e quindi in relazione alla risposta. Ritengo che siano questi elementi a caratterizzare ad un livello particolare l’intelligenza umana. […] La capacità d’isolare queste importanti caratteristiche nella relazione che esse hanno con l’oggetto e con la risposta che appartiene all’oggetto stesso, è, a mio parere, ciò che noi intendiamo generalmente significare quando parliamo di un essere umano che pensa una cosa o che possiede una mente”(Mead, 1934, pp. 139 – 140).

    Ciò che Mead chiama condotta simbolica costituisce la mente umana e rappresenta la differenza tra l’uomo e le forme animali inferiori, una differenza che ha alla sua base il linguaggio, “noi dobbiamo renderci conto che il linguaggio è una parte della condotta, anche se la mente implica una sua peculiare relazione con le caratteristiche delle cose. Tali caratteristiche risiedono nelle cose stesse e, mentre gli stimoli suscitano la risposta che in un certo senso è già presente nell’organismo, le risposte si rivolgono alle cose esterne all’organismo. L’intero processo non costituisce un prodotto mentale e non è quindi legittimo attribuirlo direttamente al cervello. La mentalità è data da questo tipo di relazione fra l’organismo e la situazione specifica che risulta mediata da una serie di simboli”(Mead, 1934, pp. 142 – 143).

  1. Il Sé [3

    Il Sé è per Mead, che riprende qui aspetti elaborati da Cooley, il risultato dell’oggettivazione che l’individuo opera di se stesso, nel momento in cui considera se stesso nel medesimo modo in cui considera gli altri. Come la mente può emergere solo nell’interazione sociale e nella comunicazione simbolica, così il Sé si costituisce in primo luogo attraverso i rapporti concreti che l’individuo ha con gli altri. Il Sé non esiste dalla nascita, ma emerge nell’interazione sociale; esso si sviluppa come risultato delle relazioni che l’individuo ha con il linguaggio e con gli altri individui. Il Sé non si manifesta nella sua totalità, ma si configura in termini diversi a seconda degli altri con cui si trova, delle situazioni in cui è immerso e dei ruoli che sta esercitando. I processi sociali sono responsabili della comparsa del Sé, il quale non può esistere al di fuori di questo tipo di esperienza.
    Il Sé non è un ricettacolo passivo che si limita a ricevere e a rispondere allo stimolo, ma è considerato come un processo sociale e di auto – interazione in cui l’attore segnala a se stesso le questioni presenti nelle situazioni in cui agisce e organizza la sua azione secondo l’interpretazione che dà di tali questioni. L’attore si impegna in questa interazione sociale assumendo il ruolo dell’altro, fornendo indicazioni a se stesso grazie a questo ruolo.
    Il Sé si caratterizza per essere oggetto a se stesso attraverso l’auto – interazione. Il colloquio interiore rappresenta lo strumento tramite il quale gli esseri umani prendono in considerazione i fatti e si organizzano nell’azione, e, allo stesso tempo, costituisce la base per l’assunzione del ruolo dell’altro.
    “Ciò che porta alla formazione del Sé organizzato è l’organizzazione degli atteggiamenti comuni al gruppo. Una persona possiede una personalità perché fa parte di una comunità, perché assume nella sua condotta le istituzioni di quella comunità. Egli considera il linguaggio della comunità come un mezzo attraverso il quale si procura la propria personalità e quindi, attraverso un processo di assunzione delle diverse funzioni che tutti gli altri svolgono egli giunge ad acquistare l’atteggiamento dei membri della comunità. Di tal genere, in un certo senso, è la struttura della personalità di un uomo. Vi sono certe risposte comuni che ogni individuo ha nei riguardi di certi fatti comuni e, nei limiti in cui queste risposte comuni sono suscitate nell’individuo nel momento in cui egli sta influenzando le reazioni di altre persone, egli contribuisce a far sorgere il proprio stesso Sé. La struttura quindi sulla quale si crea un Sé consiste in questa risposta comune a tutti, poiché l’individuo deve essere membro di una comunità per costituire un Sé. Tali risposte consistono in atteggiamenti astratti, ma sono proprio esse che costituiscono ciò che noi definiamo il carattere di un uomo. Esse gli danno ciò che definiamo i suoi principi, i modi di agire riconosciuti di tutti i membri della comunità nei riguardi di quelli che sono i valori morali di quella comunità. L’individuo si pone al posto dell’altro generalizzato che rappresenta le risposte organizzate di tutti i membri del gruppo. È l’altro generalizzato che guida la condotta regolata dai principi e una persona che ha un gruppo organizzato di risposte di tal genere è un uomo che noi diciamo dotato di carattere, in senso morale. È dunque un insieme di atteggiamenti organizzati che conduce alla formazione di un Sé in quanto distinto da un insieme di modi di agire acquisiti abitudinariamente. […] Noi non possiamo essere noi stessi se non siamo anche membri di una società in cui esiste una comunanza di atteggiamenti che regola gli atteggiamenti di tutti. Non possiamo avere dei diritti se non abbiamo degli atteggiamenti comuni. Ciò che abbiamo acquisito come persone autocoscienti ci rende appunto membri della società e costituisce il nostro Sé. I Sé possono esistere solamente in rapporti bene definiti con altri Sé. Non si può tracciare una stabile linea di demarcazione tra i nostri Sé e i Sé degli altri dal momento che i nostri stessi Sé esistono ed entrano in quanto tali nella nostra esperienza solo in quanto esistono anche i Sé degli altri, che entrano in quanto tali nella nostra esperienza. L’individuo possiede un Sé solo in relazione ai Sé degli altri membri del suo gruppo sociale e la struttura del suo Sé esprime e riflette il generale modello di comportamento del suo gruppo sociale, allo stesso modo della struttura del Sé di tutti gli altri individui appartenenti allo stesso gruppo sociale” (Mead, 1934, pp. 177 – 178 – 179). L’individuo ha esperienza di se stesso solo indirettamente, in base alle opinioni degli individui dello stesso gruppo sociale o in base all’opinione generale del gruppo sociale al quale appartiene. L’importanza della comunicazione di simboli significativi sta nella capacità di costruire una forma di comportamento all’interno della quale l’individuo può diventare oggetto a se stesso.

    8.2 Lo sviluppo del Sé.

    L’immagine che l’individuo ha del suo Sé è il prodotto della sua esperienza sociale e delle forme di mediazione simbolica di questa esperienza. Il Sé si sviluppa, in una prima fase, organizzando gli atteggiamenti particolari che gli altri assumono verso l’individuo e verso loro stessi durante gli atti sociali in cui egli interagisce con loro (famiglia, gruppo di coetanei, gruppo di appartenenza etnica, ecc.) e, in una seconda fase, organizzando non soltanto gli atteggiamenti individuali particolari, ma anche gli atteggiamenti dell’Altro Generalizzato (gruppo sociale considerato in quanto totalità).
    In questa prospettiva,
    Mead pone in evidenza la funzione del gioco per la costruzione del Sé. Il gioco, così come il Sé, si articola in due fasi. La prima fase, che ha inizio intorno ai due anni, è quella del play (gioco spontaneo), in cui il bambino non fa altro che assumere, attraverso l’imitazione, uno dopo l’altro i ruoli delle persone che sono entrati nella sua vita. In questo stadio, il bimbo non ha ancora un Sé pienamente formato, in quanto non ha ancora organizzato la sua vita come un tutto, ma vive in modo scisso i diversi ruoli che assume di volta in volta. Prima di entrare nella fase del play, il fanciullo deve aver acquisito i rudimenti del linguaggio grazie al quale può comprendere i simboli significanti comuni sottostanti al processo di assunzione del ruolo altrui. Successivamente, intorno ai sette anni, il bambino entra nella fase del game (gioco organizzato), dove egli impara a giocare anche in gruppo secondo regole convenzionali, diventando così capace di assumere ruoli diversi all’interno di un unico insieme organizzato di azioni e reazioni. Gli atteggiamenti altrui assunti diventano meno espliciti rispetto a quelli del play e il soggetto diventa, per così dire, tutti gli altri implicati nell’attività comune. Il Sé deve racchiudere al suo interno l’intera attività organizzata in modo da svolgere il proprio ruolo; per fare ciò la persona non si limita ad assumere semplicemente il ruolo di un’altra persona specifica, ma quella di ognuno degli altri partecipanti all’attività comune. Il bambino generalizza l’atteggiamento dell’assunzione di ruolo, assumendo la posizione dell’Altro Generalizzato. In questo modo il Sé viene percepito come unità, diventando, mediante l’esperienza che gli altri gli rinviano, oggetto a se stesso.

           8.2.  Il rapporto tra Io e Me.

Il Sé come unità comprende due momenti distinti: la dimensione dell’Io e quella del Me. L’Io è visto come il principio attivo dell’azione, mentre il Me è considerato come l’insieme organizzato di tutti gli atteggiamenti degli altri che un individuo assume. Non si riesce mai a cogliere l’Io nella sua attualità, nell’immediatezza del presente, ma sempre nel suo passato come Io di un Me, nel senso che esso è la risposta della persona agli atteggiamenti degli altri, la reazione individuale al Me organizzato. L’Io e il Me permettono lo svolgersi del dialogo interiore, l’Io avanza una proposta d’azione, il Me risponde in funzione delle attese sociali, successivamente l’Io può ulteriormente rispondere a ciò che il Me gli obietta e così via.
L’atteggiamento della comunità come Altro Generalizzato nei confronti dell’individuo e il controllo che esso esercita sul comportamento dei suoi membri, regola il tipo di rapporto che il soggetto intrattiene con il suo Sé. Assumendo, infatti, nei confronti del suo Sé, gli stessi atteggiamenti che gli altri hanno verso di lui, l’individuo partecipa a un universo di discorso comune che oltre ad essere, come si è detto, il presupposto dello sviluppo della riflessività della mente, è anche la base del “sentimento di Sé”, ovvero la struttura che fonda il “carattere”
[4] dell’identità e l’autocoscienza. Mead, a questo proposito, distingue tra coscienza, come termine che si riferisce semplicemente al campo dell’esperienza, e autocoscienza come “capacità di sollecitare in noi stessi un insieme di risposte determinate che sono proprie degli altri individui del gruppo” (Mead, 1934, p. 178). Autocoscienza e coscienza non sono sullo stesso piano. L’autocoscienza non riguarda, come la coscienza, solo l’atteggiamento verso il proprio Sé, ma l’insieme degli atteggiamenti verso gli altri e la comunità.

  1. Conclusioni.

    L’insegnamento che Mead lascia ai teorici interazionisti contemporanei è la costruzione di una teoria atta a cogliere la natura dualistica, soggettiva ed oggettiva, individuale e sociale, dei processi che portano alla plastica configurazione dell’identità. La natura di tali processi risiede nell’agire sociale, cioè nella condotta di un individuo inserito in un sistema di relazioni e di rapporti all’interno dei quali si confronta continuamente con la sua esperienza interiore e con i problemi connessi alla sua appartenenza ad un gruppo sociale. Attraverso un processo d’interazione sociale, l’individuo cresce e si sviluppa acquistando così la capacità di interpretare i gesti che mette in atto e di anticipare le conseguenze delle proprie azioni. L’individuo è visto come artefice attivo del proprio agire; egli valuta, interpreta, definisce e progetta le proprie azioni sulla base di significati condivisi. Questa è prospettiva formulata da Mead pervade a tutt’oggi il campo delle scienze sociali ad orientamento interazionista.

Note
[1] Non è adeguato utilizzare il termine stimolo nell’ottica interazionista, ma qui viene fatto per sottolineare la differenza esistente tra la teoria meadiana che si muove in un’ottica di comprensione del comportamento e quella comportamentista che si attiene a una spiegazione del comportamento in termini di risposta automatica a un certo stimolo.

[2] Il termine viene usato da Mead come sinonimo di “comprendere”.

[3] Nella riflessione odierna si tende a chiamare “identità” quello che Mead chiama “Sé”.

[4] Nei termini di Mead.

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