Emozioni e psicoterapia: oltre i vincoli del Naturalismo e del Razionalismo

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Un mio articolo pubblicato sulla Rivista di psicologia clinica e psicoterapia “Scienze dell’Interazione” n 1/2 – 2013, pp. 66-81.

Un contributo alla lettura costruzionista e interazionista delle emozioni.

Buona lettura

Daniele Boscaro

Emozioni e Psicoterapia:

oltre i vincoli del Naturalismo e del Razionalismo

RIASSUNTO: Questo lavoro propone un’elaborazione della posizione costruzionista ed interazionista rispetto alla concezione delle emozioni. Da tale angolazione esse sono viste come costruite socialmente attraverso processi relazionali e discorsivi risultando quindi culturalmente connotate. L’obiettivo é quello di sviluppare considerazioni inerenti alla pratica psicoterapeutica attraverso un riferimento introduttivo alle tradizionali impostazioni teoriche che hanno dato forma al discorso scientifico sulle emozioni.

La riflessione si focalizzerà su alcune forme di determinismo e riduzionismo sottese da una parte alle posizioni psico-biologiche provenienti dalle neuro-scienze e dalle prospettive evoluzionistiche, dall’altra alle impostazioni derivanti dalla tradizione razionalista del cognitivismo. Le organizzazioni concettuali appena citate sono argomentate come generative di due matrici di significato diffuse a livello esplicito (comunità scientifica) ed implicito (senso comune) nelle società occidentali: la prima, connessa a rappresentazioni di tipo corporeo, sarà qui denominata “pulsionale-romantica”; la seconda invece si articolerà in concezioni mentaliste assumendo una connotazione “cinica-razionalista”.

SUMMARY: This article proposes an elaboration of the constructionist and interactionist stand compared to the conception of emotions. From this slant they are regarded as being socially shaped through relational and conversational processes, thus proving to be culturally connoted. The aim is to elaborate considerations inherent in psychotherapeutic knowledge through an introductory reference to traditional theoretical structures which shaped the scientific debate on emotions.

The consideration will focus on instances of determinism and reductionism underlain on the one hand to psycho-biological stands stemming from neuroscience and evolutionistic views, on the other hand to structures stemming from rationalist tradition and cognitivism. The conceptual patterns mentioned are claimed as being generative of two matrixes of meaning spread on an explicit level (scientific community) and on an implicit one (common sense) in western societies: the former relates to corporeal representations, here named as “drive-romantic”, the latter to a mentalist conception, acquiring a “cynical-rationalist” connotation.

 Parole chiave:

Emozioni, Naturalismo, Razionalismo, Costruzionismo Sociale, Psicoterapia

Key words:

Emotions, Naturalism, Rationalism, Social Costructionism, Psychotherapy

1.1. Emozioni fra senso comune e senso “scientifico”

Quando le persone parlano di emozioni, oltre all’associazione con gli eventi più significativi della quotidianità (innamoramenti, arrabbiature, delusioni, ecc…) i contenuti spesso si riferiscono a dimensioni relative al corpo: esse provengono infatti “dal cuore”, ci assalgono quando affrontiamo le cose “di pancia” sono inoltre considerate fortemente connesse al piacere ed al dolore e quindi presenti nell’essere umano fin dalla nascita (Gergen, Semin, 1990). Esse sono semplicemente “dentro di noi”, ed emergono in superficie ogni qualvolta il mondo esterno perturba la nostra regolare attività neuro-vegetativa. Gli esperti sostengono che l’emotività si possa gestire, che le decisioni si possano orientare con criteri razionali, o che ci siano delle competenze emotive che si possono insegnare: i corsi di “gestione delle emozioni” e di “decision making” spopolano nelle Università e nella formazione socio-psicologica, e le emozioni sono divenute così importanti, le loro narrative così diffuse, che c’è chi definisce la nostra epoca come fortemente caratterizzata da una “cultura delle emozioni” (Furedi, 2004).

Guardando con più attenzione lo stato dell’arte sulla conoscenza scientifica e la sua evoluzione storica, si può notare invece come non vi sia ancora un accordo conclusivo su molti aspetti riguardanti le emozioni e la loro relazione con il comportamento umano. Per quanto ad esempio la psicologia evoluzionista sostenga la presenza di emozioni “fondamentali”, universali e quindi presenti nell’essere umano trasversalmente alla cultura (Plutchik, 2001; Ekman 1999, 1989; Izard, 1992), non vi è accordo preciso su quali esattamente esse siano.

1. Principali orientamenti nello studio delle emozioni

D’Urso e Trentin (1998) sostengono che le prospettive teoriche nello studio delle emozioni possono essere raggruppate in 4 principali filoni:

1) il filone di studi che inizia con James (1884) e definisce le risposte fisiologiche. A questo filone di ricerca si possono accostare i numerosi contributi delle neuroscenze sul “cervello emotivo” (Le Doux, 19961; Damasio, 1994) che in questi anni hanno avuto un notevole impulso;

2) la prospettiva evoluzionistica darwiniana, che sottolinea l’universalità dell’espressione emotiva facciale e la continuità in linea filogenetica con tale espressione. Alcuni concetti come quelli delle emozioni fondamentali, comuni sia all’uomo che agli animali, nascono in questo contesto e sono stati ripresi, in tempi più vicini a noi, dai modelli di Tomkins (1962), Izard (1971, 1991) ed Ekman (1973);

3) la prospettiva cognitivista, in base alla quale le emozioni sono inserite in un sistema di comunicazione tra individuo e ambiente e costituiscono delle informazioni da elaborare, dei dati da valutare, come nei modelli di Scherer (1984) e di Frijda (1986);

4) il costruzionismo sociale, infine, che definisce le emozioni non semplicemente come esperienze private, ma come degli insiemi, costituiti da regole, che si evolvono ed assumono un diverso significato in relazione ad un diverso contesto storico e sociale.

L’aspetto di adattamento evolutivo2 delle emozioni ha orientato le ricerche e le concettualizzazioni della psicologia definendo le emozioni come reazioni fisiologiche e mentali a stimoli esterni (ambiente) o interni (immagini e rappresentazioni mentali) in grado di influire sul comportamento umano a vari livelli, tutti legati all’incremento dell’adattamento funzionale dell’individuo all’ambiente esterno. I livelli degli effetti delle emozioni sulla condotta sono definiti come gerarchicamente ordinati (Izard, 1991): 1. il più elementare è quello direttamente connesso alla preservazione della specie, come nel caso delle “emozioni fondamentali” quali la paura o il disgusto (vedi nota 3) 2. ad un livello superiore vi sono le emozioni come indicatori di desideri e obiettivi che un individuo si propone di raggiungere ma anche di situazioni che vanno evitate perche indesiderabili socialmente 3. il livello più raffinato di influenza delle emozioni sulla condotta riguarda le dimensioni prettamente socio-culturali che le caratterizzano, e quindi quella che può essere definita come competenza emotiva, utilizzata per adattarsi alle norme e agli standard convenzionalmente adottati dal costume del gruppo sociale di riferimento attraverso il controllo e la selezione dei comportamenti adeguati alle situazioni ed ai ruoli che i soggetti vivono.

Secondo i teorici che hanno abbracciato la prospettiva evoluzionistica, questi tre livelli non sono altro che l’articolazione e lo sviluppo delle già citate “emozioni fondamentali”3 verso espressioni più complesse delle stesse, che possono assumere tonalità diverse in base all’epoca e alla cultura.

2. Alcune dicotomie implicate

I filoni delle neuroscienze, della psicologia evoluzionistica e della psicofisiologia hanno alimentato la psicologia delle emozioni nelle sue diverse sfaccettature, ed ogni modello di psicologia – e di psicoterapia – ha potuto costruire la propria prospettiva sulle emozioni. Per proseguire nell’argomentazione, può risultare utile rintracciare in queste prospettive degli elementi concettuali che, come semplificazione espositiva, possiamo posizionare nei termini di alcune dicotomie storicamente implicate nell’analisi dei fenomeni psicologici.

Natura-corpo vs cultura-mente

Le emozioni sono entità innate e trasversali alle epoche ed alle culture? Originano dalla percezione delle nostre reazioni corporee o ci investono solo dopo la valutazione e l’interpretazione degli eventi? Ovviamente non vi sono risposte precise a queste domande4: esse rappresentano l’applicazione allo studio delle emozioni delle aporie (natura/cultura e mente/corpo) che accompagnano le scienze psicologiche fin dalla loro nascita.

È innegabile che nelle risposte emozionali vi sia un elemento evolutivo filogeneticamente trasmesso che ha permesso alla nostra specie di svilupparsi adattandosi all’ambiente (emozioni come natura). Questa posizione però non risponde alle questioni sollevate da quelle situazioni in cui i vissuti emotivi scaturiscono da eventi non necessariamente legati alla sopravvivenza o alla soddisfazione degli individui, ossia in “contesti in cui le emozioni non sono naturalmente garantite” (Harrè, 1986, p. 13). La “natura” intesa come principio esplicativo5 è insufficiente e richiede quindi l’integrazione degli elementi simbolici propri ai sistemi sociali e culturali (emozioni come cultura), e le emozioni fondamentali diverrebbero le fondamenta psicobiologiche per le più sofisticate sfumature emotive che caratterizzano le vite degli esseri umani.

Provando a risalire a monte della questione, la stessa etichetta linguistica “natura” diviene ambigua nel suo significato: può essere infatti utilizzata per designare l’universalità specie-specifica di alcune reazioni adattive agli stimoli, o – come approfondiremo più avanti – può servire a sottolineare l’indipendenza di certe risposte o repertori d’azione dal nostro controllo volontario o dalle nostre astrazioni mentalistiche. L’ambiguità emerge nel momento in cui per la specie umana – che ricordiamo è l’unica, grazie alla neo-corteccia, in grado di sostenere i cosiddetti processi psichici “superiori” – può essere considerato “naturale” utilizzare astrazioni impiegando strumenti concettuali e simbolici, quali il linguaggio, che costruirebbero la versione del mondo che ogni società e individuo esperisce. La conseguenza di questo spostamento è che a differenza del precetto naturalistico che ci vede universalmente dotati di strutture fisiologiche e neurologiche innate, se la natura dell’essere umano è quella di simbolizzare e di interpretare, per ragioni storico-geografiche ad epoche e latitudini diverse corrispondono “nature” diverse.

Abbiamo già visto all’inizio come il corpo sia considerato dal senso comune quale luogo d’azione privilegiato delle emozioni. Questo retaggio sembra avere influenza anche nell’approccio scientifico agli affetti, dato che i filoni di ricerca più vicini alle scienze forti si occupano di rintracciare i referenti neuronali e fisiologici dell’attività emotiva. L’implicazione della dicotomia mente-corpo nello studio delle emozioni è quindi utile per analizzare alcuni aspetti connessi concettualmente ai due significanti linguistici che la compongono: la mente evoca infatti concetti quali “pensiero”, “consapevolezza”, “astrazione”, “razionalità”, “logica”, “controllo”, o comunque formule semantiche che la connotano come “entità” sede di quella conoscenza che orienta la condotta degli individui all’interno dei canoni di “normalità” e razionalità. Quest’ultimo termine, applicato alla mente ed al pensiero, viene inteso come la modalità di funzionamento che rispetta i principi della logica che convenzionalmente6viene concettualizzata e prescritta agli individui di una comunità quale modo giusto – appunto razionale e normale – di pensare: chi non rispetta tale convenzione, esprimendo pensieri bizzarri o devianti dalla norma stabilita, può spostarsi ad esempio dalla piattaforma della “normalità” a quella della “patologia”. Se la mente per il contemporaneo occidentale è associata alla razionalità, il corpo ne è la nemesi irrazionale: è la sede delle passioni, dei desideri, degli ardori, degli impulsi irrefrenabili, insomma, delle nostre reazioni a eventi che non riusciamo a controllare, se non con l’intervento della logica razionale imposta dalla nostra mente. Il corpo e la mente sono ancora7 viste come dimensioni separate e in continua sfida e, relativamente alle emozioni, rispettando queste posizioni si può dire che quando vince il corpo (le emozioni) chi soccombe è la mente (il controllo): siamo di fronte alla costruzione dei concetti di impulsività e incontinenza emotiva.

Si possono ora abbozzare delle convergenze fra i termini natura e corpo, e fra cultura e mente, rilevando alcuni elementi in comune nelle loro concezioni all’interno del significato condiviso attribuito alle dicotomie di cui fanno parte.

  • Il termine “natura” ha acquisito nel discorso scientifico la valenza di universalità, e quindi di tratti comuni agli individui indipendentemente alle culture e alle epoche storiche. L’applicazione di questo versante semantico alle emozioni ha prodotto l’impianto concettuale e di ricerca sulle “emozioni fondamentali”.

  • Di pari passo la natura è da sempre pensata in termini evoluzionistici, quindi filogeneticamente trasmessa ma soprattutto caratterizzata dalla sua espressione pre-intellettuale e non-cognitiva: è quella parte di noi che assomiglia ai nostri antenati animali, non dotati della corteccia ma simili a noi in alcune modalità di comportamento funzionali appunto all’adattamento ed alla preservazione della specie. Questa dimensione esterna al controllo ed alla consapevolezza cognitiva8 si può rintracciare nella concezione del corpo, sede di reazioni incontrollate ed irrazionali, opposto alla mente valutativa e razionale.

  • sempre all’interno del discorso scientifico di marca evoluzionistica, la mente si trova ad avere in comune con la cultura – opposta alla natura – la funzione regolativa ed emancipatoria rispetto al carattere grezzo ed istintuale dei nostri impulsi: tale ordine di discorsi implica che sia la “mente” a renderci esseri umani rispettosi delle regole, come è stata la “cultura” 9 a trasformare la barbarie in civiltà.

Emozioni come fatto privato (interno) VS emozioni come narrazioni condivise

Un altro retaggio dell’impostazione naturalista in psicologia è la concezione della conoscenza come dimensione intra-cranica, ossia interna all’individuo e quindi prettamente individuale (Gergen, 1985). La conoscenza così connotata (composta da tutti quegli elementi che andrebbero a formare la “personalità” degli individui, comprese le modalità di funzionamento emotivo) sarebbe esclusivamente il risultato della biografia personale di un soggetto: le emozioni divengono quindi strutture individuali nate dall’apprendimento di alcune reazioni all’ambiente esterno. Emerge quindi, come per la dicotomia mente/corpo, una separazione netta fra l’interno (il privato e personale) e l’esterno (gli altri, l’ambiente). La lezione del secondo Wittgenstein (1953) ha però aperto una breccia nel muro che separa queste due dimensioni: il filosofo austriaco ha infatti contribuito a sviluppare le fondamenta della posizione costruzionista10 rispetto alla conoscenza, nel momento in cui l’ha inserita all’interno della cornice costituita dalla matrice culturale di riferimento. Le condotte degli individui hanno cominciato a essere configurate non solo attraverso la lente fenomenologica, relativa ai sistemi di significati e dei vissuti conseguenti all’accumulazione e all’apprendimento delle esperienze individuali, ma anche attraverso la loro appropriatezza alle norme ed ai ruoli previsti entro le trame condivise dalle strutture sociali di appartenenza. Se già l’opzione fenomenologica aveva ridotto drasticamente il riduzionismo ed il determinismo che caratterizzavano l’approccio naturalistico alla spiegazione del comportamento umano, il pensiero di Wittgenstein e quello di Mead (1934), per citare un altro padre della prospettiva socio-costruttivista, hanno arricchito ulteriormente il ventaglio di possibili posizioni alternative a quella naturalista: il passaggio fondamentale è stato quello del concettualizzare il luogo della genesi dei significati non nelle singole e separate soggettività degli individui, ma nell’interazione sociale quotidiana. Le individualità, comunque sempre diverse,11 sarebbero così influenzate dalla conoscenza implicita che sorregge e prescrive ideali, modi d’essere, desideri e obiettivi esistenziali condivisi da una comunità culturale, e il linguaggio diverrebbe la principale cerniera che consente la negoziazione e l’oggettivazione di queste trame di significato nella vita quotidiana. Le emozioni sono parte fondamentale di questi contesti di vita, e pur essendo esperite nelle loro sfumature soggettive, sono sottese ai sistemi di regole tacite che ne generano e ne mantengono i modelli espressivi considerati appropriati o inappropriati in base ai ruoli o alle situazioni (Salvini, 1996). Se la concettualizzazione delle emozioni come strutture “interne” agli individui si può considerare come metaforizzazione spaziale pragmaticamente utile in certi casi – ad esempio per dare dignità e individuazione soggettiva alla biografia di una persona – può risultare fuorviante nel momento in cui si cristallizza in un contenuto intimo, nascosto e da raggiungere attraverso un contatto profondo. Nell’ottica del costruzionismo sociale12, una configurazione più efficace può nascere dai copioni o dai posizionamenti che socialmente vengono prescritti attraverso le interazioni sociali.

Intenzionalità VS passività

L’approccio naturalistico, estendendo al comportamento umano il modello esplicativo delle scienze forti, configura le azioni degli esseri umani in termini meccanicistici, ossia denotati da reazioni o risposte causate da stimoli esterni o interni. Il comportamentismo, la psicoanalisi e il primo cognitivismo nascono entro questa concezione della causalità. La metafora dell’atto storico, relativa alla prospettiva contestualistica (Pepper, 1942) ha contribuito a ridimensionare la concezione meccanicistica dell’azione umana, ricollocandola all’interno dei contesti sociali in cui avviene (Sarbin, 1992). Uno degli sviluppi recenti di questa prospettiva (Salvini, 1996, 1998) sostiene che nello studio del comportamento il paradigma antropomorfico sia dotato di maggiore adeguatezza epistemologica e pragmatica. Tale modello configura le condotte come dettate dalle ragioni degli individui, e non deterministicamente causate da completamente esterne alla loro consapevolezza. È una posizione che ha una serie di implicazioni fondamentali, fra cui quella dell’attribuzione di intenzionalità ai comportamenti delle persone, in opposizione alla passività di cui erano vittime negli automatismi delle psicologie meccanicistiche. Nel discorso sulle emozioni, l’implicazione principale è rappresentata dall’adozione di una prospettiva che integri le posizioni antinomiche interne al dibattito sulla precedenza della valutazione cognitiva rispetto all’attivazione autonoma delle reazioni fisiologiche (Lazarus, 1984; Zajonc, 1984). Anche qui i concetti di ruolo, regole (Harrè, Secord, 1972), posizionamento (Harrè, Von Langenhove, 1999), vengono coinvolti non per svuotare le emozioni degli elementi percepiti come fuori dal nostro controllo consapevole – sarebbe impossibile altrimenti spiegare le espressioni emotive che ci prendono alla sprovvista, o che compromettono le nostre condotte13 – ma per dare ai fenomeni un punto di vista più ampio di quello meramente causalistico Un contributo fondamentale a tale impostazione è stato dato da Goffman (1961) con la sua teoria drammaturgica della condotta, che ha associato, grazie alla metafora del dramma sociale, i comportamenti umani – pubblici e non – alle performance di attori sul palco della vita14. Le azioni simboliche, copioni seguiti, possono essere visti come atti retorici, metaforicamente associati agli stereotipi letterari sedimentati in una tradizione culturale (Sarbin, 1992). La metafora dei repertori di azioni come “drammi sociali” può essere dunque utile per inserire le emozioni nell’ambito dell’intenzionalità simbolica, delle narrazioni ed auto-narrazioni che orientano i comportamenti: l’adesione a tali repertori non può essere più spiegata attraverso le gerarchie di valore naturalistiche elencate poco sopra, ma diviene un atto che implica l’interpretazione e la costruzione attiva degli scenari di azione disponibili.

3. Polarità pericolose

La discussione delle dicotomie appena effettuata ha fatto emergere elementi importanti per l’obiettivo di questo studio, ossia quello di ragionare sui possibili vincoli deterministici associati alle ottiche evoluzionistiche e razionalistiche nello studio delle emozioni. Tali prospettive possono essere concettualizzate attraverso due polarizzazioni – entrambe tendenzialmente riduzioniste e deterministe – caratterizzate l’una da un forte elemento pulsionale, e l’altra dall’aspetto razionalista. E’ possibile rintracciare queste matrici nei principali modelli di psicoterapia, oltre che ovviamente nella psicologia accademica e sperimentale.

3.1. La matricepulsionale-romantica

Abbiamo visto come la mappa evoluzionista si sia spesa nel costruire l’impalcatura delle emozioni fondamentali attraverso gli assunti dell’innatismo universale e del naturalismo. Questi assunti implicano il coinvolgimento di aspetti riguardanti la “natura” ed il “corpo” che compongono quella pre-conoscenza tacita che pervade anche il senso comune. Non è difficile ritrovare nella nostra cultura e nei nostri modelli letterari ed artistici la concezione delle emozioni come eventi incontrollabili ma allo stesso tempo come “autentici” testimoni della nostra “interiorità”. Le passioni, fin dall’antichità ai giorni nostri, passando per lo Sturm und Drang (Tempesta e assalto)15 sono sempre state simbolo del carattere irrefrenabile, travolgente ed irrazionale di certi vissuti umani. Rilevando il riferimento a questa matrice culturale, è possibile metterne in luce gli elementi generativi che hanno contribuito a fondare la visione delle emozioni appartenente ad alcuni modelli di psicologia e di psicoterapia. Secondo queste opzioni concettuali, le emozioni, come la personalità, il carattere, ed in generale il comportamento, sono dominati da dinamiche meccanicistiche analogicamente associate alla fisica degli oggetti, e quindi rimandabili riduzionisticamente agli ambiti esplicativi gerarchicamente superiori della biologia e della neurologia nelle loro connessioni deterministiche di causa ed effetto. I vissuti emotivi sarebbero quindi legati causalmente a stimoli esterni (la relazione stimolo-risposta del modello comportamentista) o a dinamiche interne (l’inconscio e le pulsioni psichiche della psicoanalisi)16, e rappresenterebbero la sedimentazione della nostra natura animale, pre-cognitiva e pre-intellettuale, riadattata alla complessità e alla dimensione intellettualizzabile della coscienza umana, ma pur sempre proveniente dall’atavica instintualità che influenza – o causa – i nostri comportamenti.

Le conseguenze dell’adesione a questa concezione delle emozioni – quasi sempre implicita datane la pervasività sociale e culturale – possono portare alla reificazione dei nostri vissuti, eradicati dal contesto e dagli elementi pragmatici e simbolici connessi agli atti cui sono associati (Salvini, 1996); il circolo vizioso che molte volte si innesca porta poi a categorizzare le espressioni emotive come causate da caratteristiche appartenenti alla struttura di personalità di un soggetto17.

Un’altra conseguenza della considerazione delle emozioni come strutture intimamente connesse alla nostra instintualità ed alla nostra “natura” è la loro associazione alla dimensione di “autenticità”. Entrare in contatto con le nostre emozioni vuol dire toccare la nostra parte autentica, più vera, più profonda: questo è un tema ricorrente in molti modelli di psicoterapia, come quello psicodinamico o come il folto gruppo delle terapie umanistiche e rogersiane (Greenberg, 1993). E’ evidente anche qui il rischio di reificare un’emozione ponendola in un piano di realtà gerarchicamente più saliente e significativo rispetto agli altri, visti come più superficiali; è il rischio principale che accompagna il retaggio pulsionale-romantico relativo alla cultura occidentale e a una delle modalità principali con cui si concepisce il lavoro con le emozioni, ossia quella dello scavo intimistico.

3.2. La matrice cinico-razionalista

L’altro polo che riteniamo possa entrare in contatto con un forte rischio riduzionista è quello caratterizzato dall’approccio razionalista alle emozioni, opposto a quello pulsionale ma associato ad esso nel continuum metaforico che abbiamo costruito fra le due dimensioni. Discutendo le dicotomie mente/corpo e natura/cultura, abbiamo visto come, soprattutto alla mente, possa venire attribuita la funzione cognitiva di controllo volontario dei comportamenti. Rispetto alle emozioni, tale controllo è calato in termini contenitivi o eliminativi, essendo in quest’ottica viste come elementi distraenti e ostacolanti rispetto al raggiungimento di determinati obiettivi comportamentali. I criteri che regolano e che ne giustificano il contenimento o l’eliminazione appartengono al paradigma razionalista18, il quale ha fornito, attraverso le istituzioni giuridiche, mediche e psicologiche, il sistema nomotetico usato come bussola prescrittiva rispetto alle emozioni che è giusto avere o che si possono accettare in certe situazioni, e quelle che invece è meglio cercare di bloccare perché rappresentative di atteggiamenti e condotte inadeguate ai canoni di comportamento socialmente accettati.

In questi termini il modello della psicologia cognitivista ha infatti introdotto costrutti come “pensieri automatici”, “credenze irrazionali” (o bias) come mediatori fra gli eventi emotigeni e le rispettive risposte degli individui (Beck, 1976; Ellis, 1962). Secondo Greenberg (1993), nel lavoro con le emozioni la pratica psicoterapeutica di stile cognitivo prevede l’eliminazione delle risposte emozionali legate a cognizioni considerate errate attraverso la loro sostituzione con credenze razionali. Gli schemi cognitivi considerati irrazionali vengono quindi decostruiti e ristrutturati e, mediante istruzioni precise e training monitorati, si tenta di fissare modalità di risposte più funzionali (Mahoney, 1991). Sembrerebbe quindi che, nel prendere decisioni importanti (strategie euristiche) o nel deliberare comportamenti, le emozioni siano un fattore disturbante che va eliminato, questo per aderire alle prescrizioni19 che appartengono ad una visione razionale del mondo. Come per la polarità pulsionale, anche in questo caso emerge un importante aspetto deterministico soggiacente: le conseguenze dell’infrazione delle leggi relative alla razionalità – e quindi alla normalità – che non rispettano l’assetto normativo di una comunità culturale conducono alla categorizzazione in termini di caratteristiche o proprietà della persona, e non quali improprietà percepite come tali proprio per la loro dissonanza rispetto agli indici prescrittivi che permeano implicitamente la nostra quotidianità.

Oltre all’elemento giudicante e classificatorio, se nella polarità pulsionale è presente un potenziale sovradimensionamento dei vissuti emotivi, considerati come entrata d’accesso alla dimensione profonda ed autentica della nostra soggettività, seguendo pedissequamente il modello razionalista si rischia di incappare nella fallacia opposta, e quindi di sottodimensionare l’emotività configurandola come mera irrazionalità da correggere: si rischia di essere quindi cinici censori di un importante aspetto dell’esistenza umana, e, per chi lavora nell’ambito della psicologia, si tratta di un errore metodologico da evitare.

Secondo questa sistemazione bi-polarizzata, il polo razionalista è stato concettualizzato come opposto a quello pulsionale per distinguerne alcune caratteristiche salienti – ad esempio nel riferimento alla mente piuttosto che al corpo, o alla considerazione della natura come dotazione genetica da edulcorare – ma, facendo parte dello stesso continuum, mantiene alcune proprietà comuni anche al versante pulsionale. Infatti l’elemento riduzionista rimane: come il naturalismo prevede la sussunzione del comportamento alle leggi della biologia, il razionalismo lo riporta severamente all’adesione delle leggi della razionalità. Se però nella polarità pulsionale le emozioni sono considerate romanticamente come interfacciate alla parte autentica del nostro essere, il versante razionalista è cinicamente orientato a correggerle o eliminarle, con l’obiettivo di rendere la condotta più adatta e funzionale attraverso la sua “normalizzazione”.

4. Leggere le emozioni in psicoterapia: chiudere o aprire?

La neurologia può dirci molto sullo sbattere di una palpebra

ma niente su un ammiccamento”

– Kennet Gergen

I paradigmi di ricerca che da James (1884) in poi hanno cercato di definire biologicamente, fisiologicamente e da pochi decenni anche neurologicamente le emozioni, appartengono alla tradizione delle scienze naturalistiche: i principi riduzionisti e deterministi intrinseci a questi modelli hanno orientato gli studi verso la discriminazione di entità – le emozioni “fondamentali” – proprietà, funzioni e leggi fondamentali entro cui spiegare il comportamento, ma, come sostiene Salvini (2011, pag 20) “è a tutti noto che i risultati di questo programma non sono stati di grande aiuto per quei settori della psicologia, come la psicoterapia, che si sono dovuti confrontare con l’agire umano, cioè con i problemi creati non dalla natura umana, bensì con le variazioni delle sue costruzioni socio-semiotiche, relazionali, personali e situazionali”. L’alta precisione tecnologica con cui ad esempio avviene la scansione dell’attività neuro-elettrica del cervello, con l’isolamento delle aree celebrali deputate al processamento di determinate emozioni, non ci toglie dall’ambiguità interpretativa che sempre ha accompagnato la spiegazione di questi fenomeni. Gergen (2009, pag 119) asserisce infatti che “leggere questi dati come evidenze della depressione, della rabbia, della felicità o della tristezza, è come partecipare ad una particolare tradizione culturale […]. Arrivare a conclusioni sulle emozioni attraverso gli stati del cervello, richiede un vocabolario che è già presente”. I dati hanno bisogno quindi di un processo semiotico – di attribuzione di significato – che non esisterebbe senza l’accordo intersoggettivo il quale, una volta oggettivato socialmente, da legittimità ed autorità al discorso scientifico sulle emozioni.

Trattando gli approcci psicoterapeutici alle emozioni – in quei modelli che come la psicoanalisi ed il cognitivismo sono nati entro la tradizione naturalistica – abbiamo affrontato costrutti quali l’”autenticità” o l’”irrazionalità”: è utile portare questi concetti – e la loro traduzione in atteggiamenti operativi – entro la cornice di un percorso terapeutico? E’ un modello di lettura pragmaticamente efficace delle emozioni? La reificazione e la fissazione della costruzione di un disagio emotivo è un rischio presente se si leggono alcune emozioni come finestra sulla versione autentica del nostro essere? E l’attribuzione di irrazionalità a tutte le espressioni umane che infrangono le norme convenzionalmente accettate da una società non rischia di eradicare i soggetti dalla loro peculiare modalità di costruzione del mondo? La prospettiva costruzionista ed interazionista, al quale questo lavoro ha cercato di dare un contributo, ha provato a dare risposta a queste domande: è plausibile sostenere che gli psicologi e gli psicoterapeuti possano avere più possibilità di riuscire nel loro lavoro con le emozioni se le considerano come possibili accessi non tanto all’essenza autentica della personalità, ma alle costruzioni di significato che le persone utilizzano e personalizzano; si ritiene possano essere più efficaci nell’indurre il cambiamento richiesto se acquisiscono una spiccata “sensibilità” nel leggere le trame narrative che generano e prescrivono certi copioni emotivi come strutture mobili entro cui gli individui si posizionano, e non come rigidi sistemi normativi a cui assimilare i casi configurati come devianti alla luce della stessa teoria.

Se l’obiettivo di una terapia è modificare alcuni stati di autocoscienza emotivamente pervasivi può risultare utile considerarli attraverso i loro elementi socio-semiotici, piuttosto che attraverso i loro costituenti biologici, fisiologici, pulsionali o morali. Questo per sfuggire al determinismo e per estendere la costruzione della realtà degli individui, e di conseguenza il campo di intervento del terapeuta.

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1 Una versione più recente (ma inalterata) della posizione dello stesso autore si trova in Le Doux J. (2005), Le Cerveau Des Emotions, Odile Jacob.

2 Per l’approfondimento della teoria psico-evoluzionista delle emozioni si veda Plutchik R. (2001), The Nature of Emotions, American Scientist, July-August.

3 E’ doveroso specificare che questa posizione non prevede la sovrapposizione totale delle espressioni emotive nelle diverse culture, soprattutto per quanto riguarda la regolazione ed il vissuto delle emozioni ritenute “complesse”, fortemente legate alle tradizioni culturali in cui avvengono, ma sostiene l’esistenza di sistemi biologici e fisiologici di base a capo dei meccanismi fondamentali necessari alla sopravvivenza ontogenetica e filogenetica dell’organismo, come l’attacco-fuga, in reazione ad uno stimolo minaccioso e ad un vissuto emotivo di paura, o il rifiuto di alimenti non (o non più) commestibili, in risposta ad uno stimolo spiacevole e ad un vissuto di disgusto. Secondo tale sistemazione, da queste emozioni fondamentali si sarebbero poi articolate le espressioni emotive più complesse caratterizzate dai diversi sistemi culturali attraverso le varie epoche storiche. Resta comunque presente un forte carattere universalistico che non esaurisce alcune questioni emerse dagli studi antropologici (Jain, 1994; Geertz, 1973) e sociologici (Turner, 2009; Keltner, Haidt, 1999; Kemper, 1978) e che tende a reificare le emozioni orientandone la concezione in termini determinisitici.

4 Per i recenti sviluppi del dibattito sulla relazione fra emozioni e cognizione vedere:

– Duncan, S. & Barrett, L.F. (2007). Affect is a form of cognition: A neurobiological analysis. Cognition and Emotion 21, pp. 1184-1211

– Rolls ET (2005) Emotion explained. Oxford: Oxford University Press

– Pessoa L (2008) On the relationship between emotion and cognition. Nature Review Neuroscience, 9, pp. 148-158.

– Ochsner KN, Gross JJ (2008) Cognitive emotion regulation. Current Directions in Psychological Science, 17, pp. 153-158

5 Seguendo l’esempio di Bateson (1972) in linea con la tradizionale critica epistemologica delle filosofie postmoderne, un principio esplicativo è un etichetta linguistica e concettuale convenzionalmente adottata da una comunità scientifica per spiegare una serie di fenomeni, oggettivata dal sistema culturale vigente, ma il cui apporto esplicativo è solo apparente: essa infatti più che una spiegazione è un ipotesi accettata come “vera” ed estesa a svariati campi di studio.

6 Parlando della mente e del pensiero, per carattere convenzionale – e quindi normale – dei criteri razionali si intende la loro dimensione storica e culturale: la razionalità è qui considerata come un prodotto storico, negoziato attraverso le strutture sociali ed oggettivato, istituzionalizzato (Berger e Luckmann, 1966) da una tradizione culturale. Seguendo la formula precedentemente utilizzata, ad epoche e luoghi diversi corrispondono “razionalità” diverse. Svilupperemo questa posizione nel prossimo paragrafo.

7 Senza entrare nel terreno delle speculazioni filosofiche che da tempo accompagnano questa dicotomia, rileviamo che la concezione di mente e corpo come entità separate, prodotto della filosofia cartesiana alle origini del positivismo, è stata radicalmente riconcettualizzata dalle recenti frontiere della ricerca biologica e psicologica (Bottaccioli, 2011; Pagliaro, Franzettii, 2007).

8Non abbiamo tempo di valutare e decidere se scappare o no da qualcosa/qualcuno che ci minaccia, come non possiamo controllare l’attivazione del nostro sistema simpatico: il risultato è che ci ritraiamo “istintivamente” da una fonte di calore o mettiamo automaticamente le mani in avanti, quando cadiamo, per proteggerci dall’impatto con il suolo.

9 L’accezione del termine “cultura” all’interno della dicotomia cultura/natura che domina e ha dominato le scienze umane (e non) riguarderebbe principalmente la dimensione relativistica, costruita e complessa delle strutture culturali rispetto all’universalità e all’oggettività riduzionista del paradigma naturalistico. Si ritiene comunque plausibile integrare e sviluppare la concezione di cultura nella sua funzione normativa – storicamente situata – anche per evidenziare come vi possano essere delle derive deterministiche e riduzioniste pure nel concetto convenzionalmente relativistico di “cultura”.

10 Costruzionista e socio-costruttivista saranno considerati in come sinonimi in questo lavoro, e quindi utilizzati in modo intercambiabile.

11 Si ritiene che l’aspetto fenomenologico sia comunque importante nella comprensione dei comportamenti umani. Le differenze individuali e l’influenza delle biografie nella costruzione delle differenti visioni del mondo restano aspetti ineludibili, che però, grazie ai contributi di Wittgenstein, Mead, e molti altri pensatori precedenti e contemporanei ad essi, possono essere collocati in trame narrative nate dai processi storici e sociali che caratterizzano una cultura e che regolano, con annesse deviazioni e sviluppi, le scelte ed comportamenti delle persone.

12 Una buona sintesi della prospettiva socio-costruttivista sulle emozioni si può trovare in Turnaturi (2010): 1. Le emozioni si costituiscono socialmente 2. Non preesistono all’interazione e alle relazioni fra gli attori 3. Ogni società costruisce le proprie norme emozionali; queste norme prescrivono l’espressione delle emozioni, per cui in ogni società e in ogni cultura si arriva ad una certa uniformità dell’esperienza e dell’espressione emozionale 4. Le emozioni e le loro espressioni mutano storicamente, come mutano le pratiche, i modelli relazionali e le costruzioni mentali che le accompagnano 5. Le emozioni fanno parte dei bagagli di conoscenza disponibili nei differenti contesti storico-sociali e diversamente distribuiti fra i ceti sociali, fra gli individui ed i generi 6. Le emozioni hanno un importante ruolo nella conoscenza e un importante funzione cognitiva.

13 Anche le emozioni che vengono percepite come “reazioni involontarie”, non intenzionali, e generate in modo inconsapevole, possono essere comunque ascritte a regole e copioni con valore simbolico condiviso: non sono intenzionali nel senso di deliberate secondo logiche intese come razionali (es. calcolo dei costi benefici) ma nella misura in cui aderiscono a quei repertori di azioni che i sistemi di significato di una cultura prescrivono e trasmettono come “risposte adeguate” a determinate situazioni. Le dinamiche che generano alcuni vissuti emotivi restano inconsapevoli, ma fanno sempre parte delle trame narrative che le giustificano.

14 Nella la sua teoria drammaturgica dell’identità, Goffman (1961) sviluppa il concetto di interazione dotandolo degli intrinseci elementi simbolici, comunicativi, retorici e persuasivi. Egli infatti, seguendo Mead, configura l’individuo come attivo costruttore e manipolatore delle interazioni attraverso le strategie di gestione dell’impressione, concependo quindi l’identità come struttura mobile e contestualmente, interattivamente e pragmaticamente situata.

15 Il movimento che ha dato il fondamentale risalto culturale alle passioni e alla coscienza individuale, da cui è nata la corrente artistica e letteraria del Romanticismo – in opposizione alla Ragione illuministica – e che ha influenzato la cultura occidentale anche nelle sue produzioni intellettuali: la psicoanalisi, ad esempio, ha messo le sue radici proprio in questo zeitgeist.

16 Ribadiamo come tale impalcatura sia sorretta dal principio esplicativo dell’evoluzionismo darwiniano, dal quale si sono sviluppate le teorie comportamentistiche e psicoanalitiche.

17 Una delle fallacie logiche che rispecchiano l’inadeguatezza delle connessioni deterministiche fra comportamenti e tratti di personalità è la tautologia autoreferenziale: è infatti usuale sentire dire dagli psicologi che se una persona si arrabbia spesso lo fa perché è impulsivo – il comportamento è causato da un tratto di personalità – ma allo stesso tempo si può asserire che una persona è impulsiva perché si arrabbia spesso – il tratto di personalità è dedotto dal comportamento. Per chi ne cade vittima, fuggire da queste gabbie logico-linguistiche diviene molto difficile data la loro conferma auto-evidente.

18 Il Razionalismo è una corrente filosofica che accompagna il pensiero occidentale fin dai filosofi greci, e prevede che la conoscenza della realtà possa avvenire solamente attraverso la sistemazione di leggi fondamentali (Gava, 1992). Ha avuto momenti più fortunati e momenti in cui ha dovuto condividere la sua egemonia con altre correnti culturali (ad esempio nel IX secolo, proprio con l’emersione del movimento Romantico in Germania). Rispetto all’assetto attuale della cultura occidentale, lo scarto paradigmatico fondamentale – seguendo il modello interpretativo di Kuhn (1962) – è avvenuto nell’Illuminismo positivista: da quel periodo in poi in occidente domina il paradigma razionalista – e meccanicista – che ha dato forma all’organizzazione industriale e tecnologica delle società. E’ quindi possibile considerare anche il Razionalismo come un “principio esplicativo” (nota 5).

19 Un rilievo importante è come vi sia una continuità evidente fra tale concezione delle emozioni e la visione teologica delle “tentazioni” appartenente alla religione Cristiana, un’altra istituzione enormemente importante nel costituire il sistema di significati e la struttura di plausibilità sociale nelle culture occidentali. Inoltre, la distinzione fra razionalità e spiritualità nella cristianità è solo apparente: da Tommaso d’Aquino e la filosofia

Scolastica in poi, anche la religione ha potuto avvalersi di un suo concetto di razionalità.

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