Perchè ci piacciono le serie TV?

I serial, o telefilm, esistono da 60 anni (uno dei primi, ovviamente in USA, è stato Le Avventure di Rin Tin Tin, del 1954), e tutti i 30-40enni di oggi sono cresciuti negli anni 80 con serie che ci hanno riempito i pomeriggi (e le mattine di malattia) come A-team, Magnum P.I., MacGyver, Bay-Side School e ovviamente l’archetipico Beverly-Hills 90210 (faccio fatica a ricordarmi il c.a.p. del mio comune ma questo ce l’ho incastonato nella memoria a lungo termine).

Le serie tv da palinsesto serale però sono un fenomeno e un business attuale, diciamo degli ultimi 15-20 anni. Più o meno da X-Files e ER-medici in prima linea in poi, ma a mio avviso la vera esplosione è successa con Lost: da lì in poi sono diventate un vero e proprio fenomeno artistico e culturale, per due ragioni:

  • ormai ci sono serie su qualsiasi cosa: medici, avvocati, carcerati, zombie, super eroi. Sono ambientate in qualsiasi periodo o luogo: antichità, medio-evo, far-west, nel futuro, ecc… Insomma, non c’è periodo storico o professione che non sia stata usata per fare plot.

  • molti attori di Hollywood (Kevin Spacey, Kiefer Sutherland, Metthew McConaughey, e tanti altri) hanno cominciato a interpretare ruoli nelle serie, e fino a 10 anni fa questo fatto sarebbe stato considerato un’eresia. Vuol dire che c’è tanta gente che li guarda e tanti soldi che girano.

Ma perchè le serie tv piacciono così tanto? Di solito si risponde a questa domanda dicendo che gli autori usano il meccanismo della serialità e della suspense: ogni puntata finisce con la sospensione di qualcosa, che ovviamente rimanda alla puntata seguente.

Proverò a entrare un po’ più nel merito di come funzionano serialità e suspense, toccando 2 punti secondo me centrali che io leggo come processi squisitamente psicologici e suggestivi:

#1 la costruzione narrativa dei personaggi: un film, fosse anche una trilogia da 9 ore totali (tipo Signore Degli Anelli) non arriverà mai all’ampiezza narrativa di una serie di lunghezza media (3-4 stagioni). In tutto questo tempo, la costruzione dei personaggi, le loro caratteristiche, i loro particolari, può avvenire in modo corposo e intenso. Diventano praticamente nostri amici e/o parenti. Ci identifichiamo nelle cose che gli capitano, ci affezioniamo alle loro voci, ai loro modi di camminare, ai loro caratteri. Quando la serie finisce, ci mancano.

Un film difficilmente riesce a connotare i personaggi cosi pienamente, e soprattutto a farci risuonare emotivamente con le loro identità.

#2 serialità e suspense: come funzionano? Come riescono a tenerci incollati, a farci pensare alla trama anche i giorni seguenti? A funzionare così bene è quella dinamica psicologica che autori, scrittori (a ultimamente anche molti psicologi e terapeuti) hanno capito da tempo: il dubbio.

E’ il dubbio che ci fa arrovellare; nel bene e nel male, ma ci fa stare sulle cose. Le contraddizioni ci affascinano, stimolano la nostra curiosità, ci mettono nelle condizioni di ricercare avidamente una conclusione, una qualche sintesi delle varie posizioni, o comunque una coerenza.

Se la coerenza socialmente ordinaria del “buono che fa sempre cose buone” viene a mancare, ad esempio, la cosa ci sorprende, come la variazione nella percezione di uno stimolo continuo.

Nel momento in cui ci chiediamo il perchè di una certa scelta o comportamento di un personaggio, percependone una contraddizione rispetto al copione che ci aspettavamo, abbiamo appena fiutato l’esca degli autori; l’amo ci aggancia quando cominciamo a pensare alla risposta, all’interpretazione, alla spiegazione. Da li in poi ci tengono e possono portarci dove vogliono loro.

Non si tratta solo dei “colpi di scena”, ma di un processo molto più complesso: le trame sono costruite per non dare punti di riferimento, per creare quell’aura di mistero (Lost) o di incessante e adrenalinico stato di sorpresa (Breaking Bad) che ci colpisce e ci fa affezionare ad una serie.

I neuropsicologi direbbero “endorfine a go-go”.

Più questa dinamica viene resa sottile e raffinata dagli autori (senza quindi essere troppo visibile a chi guarda), più la storia ha probabilità di colpire e fidelizzare il pubblico.

E’ interessante vedere come questo “meccansimo” psicologico del dubbio possa funzionare anche in contesti diversi dallo storytelling e dalle serie tv.

Nelle relazioni e nella seduzione ad esempio (il “bel misterioso”, il “vedi-non vedi”): più si riesce a creare un po’ di mistero o comunque a dare la sensazione di essere qualcun* da scoprire, più è probabile che l’altr* senta più attrazione. Di contro dichiararsi subito ha l’effetto di abbassare la temperatura del processo seduttivo più o meno al livello di quella di Plutone.

Funziona anche nella comunicazione (pubblicità, marketing e editoria): i teaser sono quegli spezzoni di pubblicità (di film, prodotti e altro) costruiti proprio per stimolare la curiosità attraverso la creazione di piccole narrazioni sequenziali, in cui la prima non svela assolutamente il prodotto, anzi, si preoccupa di tenerlo ben nascosto in modo da suscitare le aspettative dello spettatore.

Funziona anche nel problem solving e in psicoterapia, ma questa è un’altra storia.

Curiosi? Alla prossima puntata!

DR Daniele Boscaro

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...